Giorno 6

Proseguendo nel nostro cammino, che oggi sarà breve, quindi dedicheremo un’ampia fetta di tempo allo studio, visiterai per intero nella sua estensione il comune di Portico e San Benedetto, che nasceva dalla fusione ante litteram di due antichi comuni, Portico di Romagna, che si individua nella zona che rimane più a valle dell’intero territorio comunale odierno, e San Benedetto in Alpe, che invece si individua nella zona più a monte, che nel 1885 si sono fusi in un unico comune, così come viene riportato dalle carte comunali che da questo momento in poi parlano di un unico comprensorio.

Quando questo avvenne il comune che ne uscì fuori modificò il suo toponimo in uno unico tale che contenesse parzialmente i due toponimi relitti, quindi da Portico di Romagna e da San Benedetto in Alpe uscì fuori il nome attuale di Portico e San Benedetto, comprendendo amministrativamente anche la frazione di Bocconi che rimane a metà strada fra i due; arrivando così a comporre questa entità comunale fatta di tre nuclei abitativi ben separati spazialmente fra loro, che si susseguono nella medesima strada carrozzabile che li collega.

 

Nel sentimento dei residenti questa situazione fatta da tre nuclei abitativi distinti ma unificati da un unico comune è sentita come una situazione di convivenza, dove ci sono queste tre entità con un’identità ben definita ciascuna, e a testimoniarcelo nei fatti vi è che ogni  luogo ha una propria pro loco, quindi questi abitati vivono in parallelo e si armonizzano fra di loro per mezzo di una regia comune.

 

Vi sono altre frazioncine facenti parte di questo paese, ma torno a ribadire che sono questi tre nuclei che accentrano in sé l’interesse della popolazione residente, configurandosi come tre centri, quindi per caratteri salienti connessi alle storie dei singoli abitati individuano una propria identità ben distinta fra la loro.

 

Interessante è notare anche che nella valle contigua più a ovest di questa del Montone, che noi però non visiteremo, insiste un paesino che nel suo toponimo palesa proprio questo concetto di un’entità fatta di tre momenti che si conchiudono a formarne uno unico, infatti il nome di questo paesino è Tredozio, che si scompone nelle parole TRE DividendO porZIOni; che ci spiega nel concetto insito nel suo nome, l’astrazione evidente in Portico, Bocconi, e San Benedetto che sono unite in un unico comune, ma divise in sé in tre parti; come se fra questi paesi vi fosse una prosecuzione che metta in evidenza il discorso intrapreso in questo cammino, definendolo come vi fosse, in quest’ultimo lembo di Parco che si configura nel paese di Tredozio appunto, inscritto e racchiuso il succo dell’argomento, essendo il significato di questo nome in rimando simbolico nella descrizione del suo carattere triplice, all’azione stessa di fonare il toponimo, perché il Verbo è suono, quindi in parallelo qui ci descrive la natura con cui si forma il Logos, che è costituito di tre momenti:

L’intento, la fonazione, e l’ascolto.

 

Infatti ecco che si ravvisano questi tre momenti nei nomi delle parcelle del comune nella valle del Montone, perché in Portico troviamo la suggestione alla “Porta” come “ l’Intenzione che anima il discorso”, in Bocconi troviamo un richiamo alla Bocca, come apparato ultimo della Fonazione, dove oltre alla possibilità di introdurvi  cibo è in grado di emettere suono, e in San Benedetto ravvisiamo il tempo dello svolgimento della fonazione, rintracciabile proprio nella parola “Detto”, che è coniugata al tempo passato di tutti i modi del verbo Dire, quindi dove per poter sperimentare ciò che è stato Detto è necessario l’ascolto, in un avvenimento appena passato di cui rimane solo la riflessione su ciò che è stato proferito.

 

Perciò la Comunicazione che è lo strumento idoneo al raggiungimento degli obbiettivi, personali e di gruppo, si costruisce di queste tre porzioni, che formano una condensazione di volontà dei componenti, infatti si chiama “Comunicazione” perché descrive una comune-azione, passando dall’astrazione, pensiero/suono, alla materializzazione in una consequenziale azione.

 

Quindi dall’idea alla sua concretizzazione in questo mondo fenomenico si passa per il Logos, che ne articola le varie fasi.

 

Possiamo veramente dire quindi, che in questa terra ci sia un messaggio vero che si è nel tempo della sua maturazione ben articolato e composto, ma che andava solo messo in luce, perché fino ad ora rimaneva agli occhi dei più come trasparente, invisibile, in quanto non si era mai considerato il territorio come vivorum re (effettivamente vivente), e quindi animato, che fosse in grado di veicolare una Comunicazione a Te destinata.

 

Oggi, da questo nuovo punto di partenza concettuale, ti racconto come aprire la “Porta” della tua personale stanza dei bottoni usando la chiave giusta.

 

Partendo da Portico di Romagna, quindi la parte più a valle dell’intero comune, nell’attuale posizione in cui ti trovi ora, che come abbiamo visto è il luogo magico che ti proietta in una dimensione senza tempo, ci dirigiamo a Bocconi, questo abitato porta nel suo nome il suo significato, infatti si scompone in BOCCa suONI, cioè ci dice che tramite l’apparato fonatorio, tramite la nostra voce quindi, sia quella che pronunciamo dentro di noi nei nostri pensieri, che quella che emettiamo fuori da noi, in relazione con le altre persone, noi facciamo comunicazione con il mondo nostro interno e circostante noi.

 

Quando dall’esterno riceviamo delle sollecitazioni, che possono essere verbali, oppure situazioni che viviamo in quel momento medesimo, rispondiamo ad esse con un botta e risposta, usando schemi preimpostati, predefiniti dallo stereotipo di riferimento derivante dai mass media e dal modello sociale, riproducendo azioni meccaniche inadeguate all’ottenimento di un efficace comunicazione con le altre persone e prima con noi stesse, senza aver cura quindi di cosa ha veramente valore per noi, perché non siamo centrate in noi stesse, cioè non sappiamo cosa veramente vogliamo.

 

Infatti a riprova della validità della mia interpretazione del messaggio che il territorio veicola, che è costituito in sé di una parte urbanistica con torri e palazzi risalenti all’età medioevale, come del resto tutti questi piccoli comuni montani, che ne conservano le antiche architetture e per questo si sono visti attribuire riconoscimenti che ne sanciscono il valore storico e architettonico, incontreremo in questa frazione una via che si chiama Brusia, che nel nome conserva un carattere idiomatico che è messo in relazione organica con tutto il resto del discorso sviluppato fino ad ora, infatti BrusiA, è un termine che contiene in se la parola Brusi(o), e la lettera finale A, che sta a indicare l’universo femminile a cui si rivolge questo messaggio.

 

Il nome in se contiene il significato di rumore di fondo, il brusio appunto, che ha la caratteristica propria di un continuo chiacchiericcio persistente, quindi prodotto da voci indistinguibili fra loro; questo chiacchiericcio continuo è il rumore che alberga nelle nostre menti lì dove risiedono i nostri pensieri, in cui si affolla per tutto il giorno, per tutti i giorni, questo continuo parlottare interiore inconsapevole, che senza rendercene conto viviamo quotidianamente.

 

Essendo questo un processo che avviene in maniera meccanica e continuativa, lavora nelle nostre teste senza che noi ce ne accorgiamo, quindi rimaniamo inconsapevoli e incoscienti di questa dinamica, e continuiamo a vederci autoriproposte le stesse frasi/idee stereotipate che il modello sociale ci propina, non dandoci spazio per approfondimenti personali.

 

Quindi la nostra vita è condizionata inconsciamente da questo flusso di immaginazione stereotipata, su cui noi non abbiamo nessun controllo perché ignare dei meccanismi psichici che ci abitano.

 

L’idea che il territorio ti propone tramite questo cammino, è quindi di prendere coscienza di questa condizione di continuo chiacchiericcio mentale, e di focalizzare l’attenzione, per mezzo di sforzi consapevoli, al tuo linguaggio interno che usi abitualmente, ripulendolo da tutto il superfluo, rendendoti maggiormente conto delle dinamiche che si sviluppano dentro i tuoi pensieri, con conseguente maggiore cognizione di causa delle tue scelte.

 

Ed è proprio qui che si vede bene come il territorio sia capace di parlarti, appunto… perché riesce a mettere insieme dei concetti che vengono veicolati tramite i toponimi, che di per se sono idiomatici della lingua di cui fanno parte; dando quindi intrinsecamente rilevanza all’idea di linguaggio stesso, e nel caso specifico alla lingua Italiana.

Infatti i diversi codici linguistici, cioè le lingue, sono fautrici di diverse forme mentis, proprio in ragione delle diversità nelle costruzioni grammatico-sintattiche che queste hanno come proprie.

Quindi focalizzandoci sulla lingua italiana in particolare, che è il veicolo su cui viene trasportato l’impianto argomentativo di questo cammino, possiamo dire che data la sua peculiarità morfologica e musicalità, che osserva certi paradigmi costruttivi diversi da altre lingue, pone le basi per delle leggi proprie di costruzione del pensiero.

 

E sostenendo che questi sono i luoghi in cui Dante ha partorito questa lingua, almeno in parte, e questo è un dato evincibile direttamente dalla Commedia; e che ne inserisce dentro l’opera le citazione a richiamo, proprio perché noi leggendone potessimo venirli a esperirli una volta in loco; si può dire allora che mentre li percorri tu non stia solo facendo un trekking, ma stia riformulando dentro di te un solco mentale, cioè stai riprogrammando il tuo linguaggio psico-lessicale nell’idea di una più utile interazione con te medesima per ottenere risultati più soddisfacenti nella tua vita, proprio perché tutto questo avverrebbe ora in maniera consapevole nell’idea di una sovrapposizione simbolica fra te e il poeta; che in quanto trattando lo stesso argomento, il Linguaggio, come mezzo per l’ascesa spirituale, stareste in qualche maniera interagendo in una dimensione che va oltre il tempo e lo spazio, ricalcandovi negli intenti vicendevolmente.

 

Il poeta se veramente avesse fatto intenzionalmente questa operazione di innesto fra la realtà concreta geografica qui presente e la geografia dell’opera, che come avrò modo di illustrarti più avanti ci sono delle situazioni che lo lasciano presagire, avrebbe creato le condizioni perché tu ora, rendendoti consapevole della forza psichica del tuo linguaggio, possa con lui riscriverlo, lì dove il poeta lo ha prima di te in parte coniato.

 

Adesso che in questo cammino insieme approfondiremo la forza del Verbo, di cui Dante era ben a conoscenza, basta leggere il De Vulgari Eloquentia per rendersene conto, ne diventi padrona, e lì nel medesimo luogo sviluppi un linguaggio che tramite l’osservazione del tuo Logos interiore potrai indirizzare a una migliore interazione con il mondo fuori di te e con te stessa; creando quello spazio necessario di riflessione, che si esplica nell'aspetto funzionale della coscienza in quanto diventa autocoscienza.

 

Quindi vedendo quali abitudini linguistiche abiti maggiormente, fai sì che ti avvicini a una più profonda conoscenza di te, vedendo bene quello che è il tuo linguaggio attuale, e poi cercandone uno più utile al raggiungimento dei tuoi obbiettivi personali; il che significa avvicinarsi come idea metaforica al Paradiso, come appagamento dei propri talenti; sali di livello nella piramide di Maslow.

 

Si può dire quindi che riesci a percorrere quel cammino ascensionale personale applicabile in tutti i campi della vita, che va verso l’alto, e che mette insieme la conoscenza all’esperienza, per farti raggiungere l’apice della tua realizzazione personale.

 

Proprio come avviene nel terreno per mezzo dell’acqua sotto forma di pioggia, che cadendo solca le valli, così tu con il tuo Logos abituale che usi nel tempo del tuo pensiero, formi dei percorsi neuronali, dei solchi, ai quali ponendovi la giusta attenzione ti è permesso di evadere, quindi vegliare su quali che siano le dinamiche neuro-linguistiche che ti abitano maggiormente significa propendere per una decisione piuttosto che un’altra già consolidata ma magari non ottimizzante. Quindi è come se tu ora stessi nella stanza dei bottoni, una sorta di sala di regia, da dove si possono spingere questi o quei pulsanti che attivano questa o quella risposta, che quindi verrà mediata dall’intelletto e dal cuore, optando quindi per una risposta ragionata, piuttosto che per una risposta meccanica reiterata basata solo su degli stereotipi; e tutto questo avviene mediante il linguaggio interiore che si adopera.

 

Quindi in questo momento in cui tu leggi queste righe, stai scoprendo la chiave per migliorare il tuo quotidiano, e di conseguenza anche la tua vita. Questo era anche l’obbiettivo che il poeta nella sua Commedia si poneva per i suoi lettori, e lo sappiamo perché era stato preludiato nella lettera a Can Grande della Scala; e anche perché nel De Vulgari Eloquentia fa una dissertazione sull’importanza del linguaggio; quindi in quell’operazione che il poeta fa di passare in rassegna tutte le lingue alla ricerca di quella perfetta, e non trovandola ne crea una lui stesso che rispondesse alle caratteristiche che egli voleva infonderle, di bellezza e armonia, come specifica lui negli attributi di: curiale, illustre, regale e cardinale, concretizza un vero atto di paternità; e dato che il pensiero prende forma dal linguaggio, possiamo dire che Dante aveva ben ragione nel De Vulgari Eloquentia a calcare così la mano sull’importanza della lingua volgare come nuova lingua adatta a essere usata da tutti nel suolo italico, ed io aggiungo, vivendo in questo mondo globalizzato estendibile all’intera umanità, in quanto progettato per essere voce dell’anima; dato che riflette la lingua materna che è un linguaggio carico di amore; quindi pregno di questo intento che deve performare le nostre azioni, essendo una lingua capace di esprimere qualsiasi concetto, tanto che nella Divina Commedia ce ne da prova facendoci sperimentare la gamma di sensazioni che dall’Inferno vanno al Paradiso.

 

Cardinale: …«cioè come l’intero uscio segue il cardine e gira esso stesso muovendosi in dentro o in fuori nel senso in cui gira il cardine, così l’intero gregge dei volgari municipali si gira e si rigira, si muove e si ferma secondo quanto fa questo volgare che appare come il vero padrone di casa.»

 

Cioè qui Dante ci dice che questa nuova lingua, che lui sta in parte coniando e in parte ratificando, è di cardine sulla quale gira il nostro parlato, quindi che esprime l’azione di orientare i nostri pensieri; poi prosegue dicendo che è anche:

 

Illustre: …«con questo termine intendiamo qualcosa che illumina e che, una volta illuminato, risplende… che sia reso sublime dalla dottrina… che poi esista un potere che lo eleva, si vede chiaramente… qual maggiore potere infatti della possibilità di cambiare il cuore umano e di far volere chi non vuole e disvolere chi vuole, come ha fatto e fa questo volgare?.. Non c’è proprio bisogno di dimostrarlo… Noi stessi del resto sappiamo quanto esso renda gloriosi i suoi amici, perché la dolcezza di questa gloria ci spinge a dimenticare il nostro esilio, pertanto dobbiamo a buon diritto dichiararlo illustre».

 

Regale: …«La ragione per cui lo definiamo regale sta nel fatto che, se noi Italiani avessimo una reggia, esso sarebbe la lingua di palazzo».

 

Curiale: …«La curialità infatti non è altro che la norma e misura di ciò che si deve fare, e poiché la bilancia per tale misura suole esistere soltanto nelle eccellentissime curie, ne deriva che tutto ciò che nei nostri atti è ben misurato viene chiamato curiale».

 

Quindi Dante provvede a comporre una nuova lingua da più volgari esistenti prendendo il meglio da ognuna, e che rimandi a un nuovo paradigma psicolessicale che avesse quei connotati sopra citati e quelle prerogative di amore e bellezza, e a me sembra che fosse ben conscio dell’importanza del linguaggio in tal senso, anche se non poteva avere un quadro di conoscenze mediche chiaro come noi oggi abbiamo dalla scienza moderna che se ne occupa, che si chiama ”neuro-linguistica”; ma sicuramente però aveva ben chiaro quali risultati producesse su chi utilizzasse quello con determinate caratteristiche, tanto che appunto si fa promotore lui stesso di questa nuova lingua, come lingua nazionale degna in consesso alle menti più colte, e meno, di allora; capace di attestarsi a ogni registro di dissertazione possibile, con suoni e onomatopee che aiutano il lettore a immergersi in questa dimensione a-temporale e vivissima della Commedia che usa la Parola come mezzo espressivo.

 

Questo suo approfondimento delle caratteristiche che questa nuova lingua dovesse assolvere, mi fa intendere che questo nuovo linguaggio servisse come elevatore degli animi delle persone nella lettura della Divina Commedia intrinsecamente, dato che il linguaggio usato è proprio un crescendo di solennità.

Quindi Dante somministra al lettore, nella lettura dell’opera, il nutrimento intellettuale necessario a che si scoprisse la reale volontà di porvi l’insegnamento del Logos come informante l’opera stessa.

Quindi era a mio parere, suo proposito far rintracciare proprio questa azione salvifica del Verbo, come ci viene detto del resto anche nel Vangelo di Giovanni cap 1 versetto 1.

 

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

 

Verbo quindi Logos; e il primo a parlare di Logos, nella città di Efeso nel 500 a.C. fu Eraclito, ponendo nella sua disquisizione gnoseologica l’essenza del Principio Primo imputabile al Logos.

 

Quindi dai pensieri ritrovati nei frammenti che sono giunti fino a noi del costrutto filosofico di questo pensatore greco, noi riscontriamo come proprio anche nella Divina Commedia vi sia lo stesso insegnamento misterico esoterico, che coincide con il Logos come momento di riflessione di sé stessi per conoscersi davvero, e il quale funge come unica porta per questa esperienza di questo cammino della Commedia.

 

Uomo conosci te stesso! Attraverso il Logos come momento catartico.

 

La volontà di Dante, secondo la mia interpretazione, era proprio di porre nella Commedia questo insegnamento iniziatico afferente al Logos che andava rintracciato tramite un riscontro nella realtà fenomenica che desse prova di questa intenzione; quindi ecco perché porre dei richiami a una geografia esistente, perché proprio tramite le parole che riconducono agli indizi su un territorio, dà prova di ospitare questo insegnamento che nella Commedia trova sviluppo.

Cioè le parole sono foriere degli indizi che ci riconducono all’esperienza che il poeta fece di questo territorio, che a questo punto si tramuta nel tuo cammino attuale.

 

Quindi la Divina Commedia diventa un trampolino per il suo messaggio salvifico che sta nell’individuazione dello strumento linguistico come idoneo a far elevare gli animi delle persone, che attraverso esso stesso nutre le menti dei lettori, e trasporta, per quell’azione sua propria di veicolare concetti, fino a noi oggi, il messaggio riferibile all’esaltazione del Logos in quanto tale, come messaggio proprio della Divina Commedia, in una lettura che ne ricreasse l’esperienza.

 

Speranzoso il poeta che in un futuro le genti potessero avvicinarsi a questa verità che aveva provveduto a inserirvi sapientemente sapendo lui stesso quali fossero gli effetti dell’azione di parlare un linguaggio che avvicinasse l’essere umano a questa conoscenza, ha provveduto a inserirla nella Commedia, consapevole del suo riverbero nella vita delle persone.

 

Ecco perché ci dice che riesce a dimenticare il suo esilio:

 

…«Che poi esista un potere che lo eleva, si vede chiaramente. Qual maggiore potere infatti della possibilità di cambiare il cuore umano e di far volere chi non vuole e disvolere chi vuole, come ha fatto e fa questo volgare?

Che esso poi renda sublimi conferendo onore, è palese. Forse che i suoi ministri non vincono per fama qualsiasi re, marchese, conte o signore? Non c’è proprio bisogno di dimostrarlo. Noi stessi del resto sappiamo quanto esso renda gloriosi i suoi amici, perché la dolcezza di questa gloria ci spinge a dimenticare il nostro esilio.

Pertanto dobbiamo a buon diritto dichiararlo illustre».

 

Il poeta riesce a dimenticare il suo esilio perché sta già lavorando in maniera attiva al suo proposito, non è quindi una speranza in un qualcosa che avverrà forse…, ma sta già realizzando in maniera attiva il suo obbiettivo di creare quella lingua che permetterà un avanzamento per le genti, quindi è pienamente conscio e soddisfatto di ciò che sta producendo nel tempo del suo esilio, e riesce a dedicarsi totalmente a questa azione, che evidentemente è propria di un padre spirituale che provvede a utilizzare il suo tempo in maniera proficua, ponendo le basi per un futuro avanzamento del genere umano, non fosse altro che nel creare quella lingua che pone le basi per una comune interazione.

 

Canto 26 del Paradiso verso 52

 

Non fu latente la santa intenzione

de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi

dove volea menar mia professione

 

E questo fa capire perché noi in questa esperienza fossimo dovuti caderci dentro, perché stando a significare che avendo Lui capito quel’era la chiave di accesso ai cuori e quindi alle menti delle persone, stava insegnandoci con quest’opera esemplare di criptazione e contemporaneo risolvimento, il suo vero intento;  in quanto la Divina Commedia risulta contenere l’exemplum (l’esempio) di quello che voleva dimostrare: “la forza del Logos come chiave di volta per risolvere l’opera” e quindi Dante si rivela essere realmente profeta, perché trova oggi risolvimento in te, il suo reale desiderio di farti sperimentare questo insegnamento del Logos che lui ben conosceva, e che aveva posto nella sua opera attendendo che anche tu lo scoprissi, esaudendo la sua prerogativa di profeta con te ora.

 

Quindi si può dire del linguaggio che funge da chiave di volta per aprirci le porte a una vita qualitativamente migliore, e Dante lo ha costruito su misura, consapevole della funzione che doveva andare a svolgere.

 

…«Abbiamo così conseguito ciò che cercavamo, e dichiariamo che in Italia il volgare illustre, cardinale, regale e curiale è quel volgare che appartiene a tutte le città italiane senza apparire proprio di alcuna di esse, quel volgare con cui vengono misurati, valutati e confrontati i volgari italiani.»

 

Quindi la Divina Commedia, in cui usa direttamente quel volgare che soppesa nel De Vulgari Eloquentia, è un testo che lavora dentro ognuno di noi in maniera endogena, proprio in ragione dalla forza delle parole stesse, che è direttamente il poeta a scegliere e coniare.

 

…«La lingua poi è strumento necessario per il nostro concetto, proprio come il cavallo lo è per il cavaliere; ora, i migliori cavalli si convengono ai migliori cavalieri, e perciò, come si è detto, ai migliori concetti si converrà la miglior lingua. »

 

Dante che sa essere la lingua il veicolo di trasmissione del pensiero, riconoscendogli anche però quell’azione propria di maieutica, pone nella Divina Commedia non solo la forma, nella poesia, che evoca immagini, ma sceglie soprattutto quelle parole che abbiano la loro forza nella musicalità che producono, e questo perché la musica è soggiacente alla matematica, che come ci insegna la scuola pitagorica ci dice che tutto il mondo è riverbero dei numeri nei rapporti che vi intercorrono, cioè che la matematica è la trama su cui poggia tutto questo nostro mondo, quindi l’arte della maieutica nel linguaggio dei suoni rimandano all’insegnamento pitagorico, un andar ragionando sul argomento del discorso che è sia il soggetto che l’oggetto contemporaneamente: il Linguaggio come verità dell’opera.

 

Meglio detto il linguaggio arriva a essere per sua natura il metodo indagatorio che parla di sé stesso.

 

Quindi la Parola nella Commedia assume un valore pedagogico, che va oltre al valore edonistico.

 

E questo postulato si regge proprio sull’ipotesi che Dante abbia inserito una mappa nella Commedia che sia deducibile dalle parole scelte e dalla costruzione di frasi che in se riportino a un territorio, e insieme analizzeremo questa possibilità; e tu lettrice sei chiamata a partecipare di questo possibile scenario, in cui in un moto di Amore ascensionale derivante direttamente da Dante, tu staresti sul ciglio in questa situazione paradossale, in cui vige il paradigma del possibile totipotente, perchè a questo punto sei diventata tu l’ago della bilancia del tuo mondo, in quanto a scegliere gli scenari possibili che vengono tratteggiati dal tuo Logos che li descrive, sei tu stessa; quindi consapevole che con il tuo linguaggio programmi in una certa misura gli scenari della tua vita, aprendo così davanti ai tuoi occhi mondi incredibili di possibilità ancora inesplorate, saresti arrivata al capolinea, in quanto saresti chiamata a scegliere… scegliere se vivere questa esperienza come possibile e quindi immergerti in essa totalmente, oppure lasciare che tutto ti scivoli addosso; utilizzando appunto un Logos piuttosto che un altro, magari scegliendone uno che ti permetta di indagare questa possibilità come esistente, oppure sceglierne un altro che ti costringa in ristrettezze che non ti permettano di vivere appieno questa esperienza.

 

Comunque sia, presta attenzione al tuo linguaggio, perché è questo il punto, il Linguaggio che usi.

 

Così allo stesso tempo in questo territorio che ti sta ospitando, e che sta sviluppando un discorso organico e così articolato attraverso la sua toponomastica, si rivela essere il più grande contenitore e maestro di sempre, perchè questa esperienza la fai dentro Lui in cui è scritta.

 

Il territorio nel quale ti trovi ti trasmettere il suo messaggio tramite i nomi dei paesi che incontri, uno dopo l’altro, che ne esplicano i concetti, tutti fra loro correlati in una consequenzialità puntuale, per il conseguimento di un sapere condiviso che metta in luce la matrice che informa i nostri pensieri, quindi conseguentemente le nostre emozioni.

 

Arrivati a questo punto di comprensione, ecco che si capisce bene perché prende importanza somma il Verbo, il Logos, come ultimo grado di scomposizione e approfondimento di questo nostro ragionamento in questo cammino; perché siamo ora così nella possibilità di determinare la nostra volontà di vivere in maniera consapevole, riuscendo a restare centrate in noi stesse, e quindi a non farci portare via da mille pensieri e emozioni, ma rimanendo come un tetragono posizionate in uno stato di serenità, quindi in vibrazioni di pace e armonia, usando un linguaggio che ci permetta proprio di restare in questa condizione psicofisica.

 

Il punto è proprio questo, come noi riusciamo ad interagire con il mondo circostante, prima interagendo consapevolmente con noi stesse, tramite l’uso della parola.

 

Quindi ci focalizziamo sulle parole, che sono suoni a cui attribuiamo dei significati.

Con le parole esprimiamo le nostre intenzioni.

E’ infatti rilevante l’intenzione che si carica nelle parole quando le si dice.

 

Le parole sono vibrazioni che vengono messe in circolo, proprio come la circolazione sanguigna porta ossigeno e nutrimenti a tutto il corpo, così le parole sono portatrici di energie che vengono propagate dentro di noi e fuori di noi.

 

Attenzione quindi a quel che si dice!

 

E’ importante capire che le parole sono così performanti la mente dei nostri interlocutori, e la nostra, che vanno dette solo quelle che si reputando essere utili.

 

E’ importante anche sapere che le parole hanno per ognuno una diversa declinazione semantica, in base alle proprie esperienze personali di vita vissuta.

Quindi la parola non è di per sé significante in maniera univoca, perché è un dipinto che ognuno di noi, in base al proprio vissuto, riempie di sfumature di colori diversi, quindi il significato che si carica in ogni vocabolo è disuguale da persona a persona, per cui differisce il riferimento astratto che ognuno gli dà (1).

 

Questa diversificazione di significati delle parole ci porta quindi, in una ipotetica conversazione, a credere di avere capito il nostro interlocutore, invece si cade in fraintendimenti continui derivanti proprio da questa diversità soggettiva semantica (1).

 

Arrivate a questo punto del nostro discorso, proseguiamo verso San Benedetto in Alpe, la parte più a monte del comprensorio comunale, in cui nel toponimo vi è racchiuso il significato che è strettamente collegato con quello che abbiamo detto fino ad ora.

 

Infatti San sta a significare santo, puro, questo è il primo attributo necessario per il proseguo del resto del toponimo.

Bene Detto, che sta per Detto Bene, fa riferimento alle parole che vengono messe in circolo, sia dentro di noi nei nostri pensieri che li orientano, sia fuori da noi nella comunicazione con l’esterno, che devono avere un carattere di benignità, cioè questo indizio contenuto nel toponimo ci indica quale connotato prediligere nella scelta di quelle parole che ci lascino lucidi i pensieri senza contaminazioni di emozioni negative, che non ci permetterebbero di leggere le dinamiche interiori nostre e anche esteriori di relazione in società, in maniera per quanto più oggettiva possibile, precludendoci quindi le evidenze sul nostro modo di organizzare reti sociali e informazionali.

 

In Alpe è un rimando che il territorio ti fa, a dirti che ora che sei arrivata ad acquisire un così importante numero di informazioni, di una conoscenza così “alta”, sei arrivata nella cima della montagna idealmente parlando.

 

Infatti tutti questi input sono volti, se osservati, a creare un’armonia dentro e fuori di te, in direzione di una maggiore comprensione di te stessa e quindi degli eventi. Per cui in ultima analisi, del potenziamento delle tue capacità.

 

Il territorio era qui che ti voleva portare, e lo ha fatto! A che tu sapessi che c’è un modo efficace per capirsi, sia interiormente che anche esteriormente, senza fraintendimenti (1), tramite un linguaggio che abbia un carattere di attenzione emozionale che serva appunto a farti scoprire le tue reali facoltà.

 

Qui in questo luogo era presente, al tempo di Dante, un’importante monastero benedettino che si ispirò al santo omonimo per l’attribuzione del toponimo, San Benedetto da Norcia, sorto in una datazione intorno alla prima metà del XI secolo, che avendo Dante nella Divina Commedia citato espressamente questo luogo nel canto 16 dell’Inferno, dimostra di conoscerlo, e lo evoca in rapporto alla cascata del torrente dell’Acquacheta, oggi famosa per questa citazione.

Come anche altri territori qui vicini, dà prova il poeta di esservi stato in quanto descrive l’esperienza che vive in questo luogo, che in effetti si sperimenta anche oggi a contatto con questa cascata, nel rombo che questa sprigiona nella caduta dell’acqua nel salto sottostante.

 

Quindi sempre riguardo al suono e a questo toponimo, possiamo dire che si evince l’archetipo sull’importanza del Logos che ha la capacità di informare il contesto, in quanto è un’evidenza deducibile  dall’analisi semantica del nome in cui emerge proprio questa caratteristica di significato, che prende origine dalla sua storia, dato che il nome dell’abitato deriva dal fatto che i monaci qui stanziali, i benedettini, che seguivano la regola di quel santo che capì bene l’importanza della parola, avevano ben chiaro quanto ne fosse importante la benedizione, infatti la utilizzavano come strumento di elevazione spirituale; tanto che proclamavano nel loro “leggendario” motto, “ora et labora”, "prega e lavora", l’importanza della preghiera come benedizione della Parola; si può dire che benedicendola  mantenevano un’intenzione purificatrice costante; quindi la parola informata bene andava a settare il contesto routinario quotidiano.

 

Potremmo allora dire che il toponimo è foriero quindi sia in senso storico, corso degli eventi che hanno portato questo luogo a chiamarsi così; che anche archetipico, la sua connessione al resto del discorso intrapreso fino ad ora del suono come caratteristica propria; in quanto in questo cammino trova il suo apice proprio qui l’esaltazione del Verbo; dove in un universo fatto di uno spazio-tempo curvo, le linee parallele si incontrano nella convergenza punto 0, nel punto dove si incontra l’astrazione a la materializzazione, il che vuol dire il punto dove sei tu ora, che stai vivendo questa esperienza nella modalità di approccio a questo esperimento sul Logos che la descrive, quindi puoi piegare la tua percezione di essa in base al linguaggio che userai per descrivertela.

 

Come in una matriosca dove si arriva al nocciolo della questione, così noi siamo arrivate a capire che il tempo è una dimensione solo di nostra percezione, e che se noi fossimo in grado di percepirne l’immutabilità, capiremmo che l’unica cosa che varia è il nostro grado di consapevolezza di tutta questa faccenda; annullando quindi il tempo nella percezione lineare che noi si ha di esso, acquisendone una percezione di un unico tempo che permane e perdura immutato per sempre, riusciremmo a vivere un’esistenza in prospettiva infinita ma fatta di momenti cogenti, rimanendo centrate in noi stesse nel “Qui ed Ora”.

 

Riscriviamo così il paradigma einsteiniano della relatività, come in effetti nella moderna scienza della fisica quantistica si è già scoperto nell’esperimento sull’Entanglement, infatti noi vediamo come i soggetti rimangano collegati in un vincolo istantaneo di risposta alle sollecitazioni anche a distanze notevoli  una volta che questi sono entrati in contatto fra loro, ignorando totalmente le leggi sullo spazio-tempo, quindi postulando che vi sia altro da prendere in considerazione.

 

Tornando al tuo approccio a questa esperienza, che ha messo in evidenza il fatto che tutto ruoti intorno alla parola, al Logos, se ne evince che tu sei figlia di un linguaggio di amore, perché ti sei spinta fino a qui a cercare risposte che ti portino in alto, dove il poeta ti conduce con la sua massima opera a te dedicata; quindi si evince quale sia l’intento vostro che vi accomuna, ritrovarvi in un unione fatta di consapevolezza, dove questo territorio funge da collettore che permette il vostro contatto spirituale, e questo postula una connessione fra voi due che va oltre il tempo e che tiene invece conto del vostro proposito: un’intento comune di vicinanza spirituale.

 

Nella Commedia infatti vi sono informazioni utili a mettere in evidenza che il poeta sia veramente sostato per un tempo lungo in questi territori che ora tu stai calcando, ripetendo tu ora quindi le sue medesime esperienze trovandoti negli stessi luoghi.

 

Il poeta provvede a paragonare la cascata del Flegetonte a quella dell’Acquacheta nel 16esimo dell’Inferno, perché gliela ricorda per il suono prodotto dal fragore dello schianto che l’acqua fa quando incontra le rocce sottostanti; provvedendo quindi a sovrapporre questi luoghi, quello fantastico a quello reale, per mezzo di questa similitudine sonora che gli riporta alla mente l’esperienza uditiva vissuta in questo luogo; dà quindi prova di averla esperita, almeno così sembrerebbe logico pensare vista anche l’ubicazione geografica in cui insiste questo sito, a cavallo fra Romagna e Toscana, vicino alla cima del monte Falterona da dove si vede Firenze, e vicino a Portico di Romagna dove risiedeva nel loro palazzo di famiglia la casata Portinari.

 

Canto 16 Inferno verso 94:

 

Come quel fiume c’ha proprio cammino

prima dal Monte Viso ’nver’ levante,

da la sinistra costa d’Apennino,

 

che si chiama Acquacheta suso, avante

che si divalli giù nel basso letto,

e a Forlì di quel nome è vacante,

 

rimbomba là sovra San Benedetto

de l’Alpe per cadere ad una scesa

ove dovea per mille esser recetto;

 

così, giù d’una ripa discoscesa,

trovammo risonar quell’acqua tinta,

sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa.

 

Che il poeta sia passato di qui ce lo dimostra il fatto stesso che descriva il suono che queste acque emettono allo schianto con le rocce, provando di aver esperito questo ascolto, che dice essere simile al rombo delle api nelle arnie, che in effetti è così che anche gli autoctoni lo descrivono, un rombo che la cascata esprime solo con determinate condizioni di portata d’acqua.

Un suono talmente forte che si riesce appena ad ascoltare la voce dell’altro, e questa è una situazione sonora specifica e non generalizzabile a tutte le cascate, perché solo quelle che abbiano determinate caratteristiche di dislivello di salto, come nel caso specifico della cascata in questione, che è alta ben oltre 70 m (una misurazione esatta è impossibile poiché in basso non c'è un confine netto) e larga fino a 30 m, esprimono questo rombo, quindi deve esserci stato per essersi reso conto dell’imponenza della cascata in questione; e bisogna anche considerare che oggi la portata d’acqua è minore rispetto a quella di allora, questo lo sappiamo da studi di archeologia che ce lo dimostrano, dato che allora i fiumi avevano un apporto di acqua molto più copioso rispetto ad oggi, date le precipitazioni che erano annualmente più abbondanti, quindi di conseguenza anche il rumore era più assordante rispetto a quello odierno; quindi se oggi è ancora valido il paragone che Dante fece, ci si può ben immaginare quanto fosse più clamoroso l’ascolto di allora.

 

che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,

che per parlar saremmo a pena uditi.

 

Qui ci dice che Dante si è avvicinato molto a questa cascata, vi è stato proprio in prossimità.

 

All’inizio del canto 16, nella prima terzina, ci descrive il rumore che il fiume Flegetonte fa nel cascare sotto nell’altro giro.

 

Già era in loco onde s’udìa ’l rimbombo

de l’acqua che cadea ne l’altro giro,

simile a quel che l’arnie fanno rombo,

 

Mette in relazione il suono del Flegetonta con quello dell’Acquacheta, con le parole rimbombo, rombo e rimbomba, quindi anche da un punto di vista stilistico per scelta delle parole atte a rimarcare la sovrapposizione ideale fra i due luoghi, è pressochè totale la volontà di identificare le due ambientazioni come la medesima.

 

Vorrei far notare che anche Dante mette quindi in risalto il suono come carattere distintivo di questo luogo in relazione all’acqua, quindi sia nella mia indagine toponomastica, che anche nell’esperienza vissuta dal poeta di questi luoghi, la deduzione caratteriale di questo ambiente è la medesima.

Suono quindi come vibrazione udibile, una singolarità che mette in evidenza come la Commedia sia ambientata qui non solo a livello geografico, ma anche archetipico, dove è quindi possibile rintracciare, anche dopo secoli, lo stesso connotato simbolico descrivente questa terra, anche facendo percorsi logici diversi, infatti il risultato non è variato nel tempo nella mia indagine rispetto a quella del poeta.

 

Quindi appunto sia nel nome San Benedetto in Alpe, che ne ricorda l’origine benedettina, che anche nel carattere saliente di questa terra portato all’attenzione dal poeta con la cascata dell’Acquacheta, vi si riscontra questo carattere del Suono che informa questa porzione di territorio.

 

Facciamo un altro passettino in avanti nel nostro ragionamento.

 

Canto 14 Inferno verso 131:

 

E io ancor: «Maestro, ove si trova

Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,

e l’altro di’ che si fa d’esta piova».

 

Il poeta accosta il Lete al Flegetonta, cioè li accomuna tramite quella “e ” che è una congiunzione, che congiunge quindi, mette in relazione due entità, chiedendo alla sua guida Virgilio di dargli spiegazioni riguardo ad essi; e poi paragona, quindi sovrappone il Flegetonta all’Acquacheta nel canto 16 dell’Inferno, due canti dopo; quindi per passaggi logici sintattici, sta collegando l’Acquacheta al Lete con un legame non meglio specificato. Quindi ci sta dicendo che quanto meno queste due entità sono accomunate da una “contenenza” che li mette in relazione.

 

Come in un'equazione, dove vi sono degli elementi noti e non, ecco che qui mette a tema tutta una serie di passaggi logici fra i fiumi reali e immaginari, come a voler far avvenire una traslitterazione fra i due mondi.

 

L'uso del termine “equazione” risale al pisano Leonardo Fibonacci (Pisa, settembre 1170 circa – Pisa, 1235 circa), dal latino aequatio, un’uguaglianza matematica tra due espressioni contenenti una o più variabili, dette incognite, di cui Dante conosceva il concetto matematico soggiacente, dato che il libro di Fibonacci, Liber Abbaci, che è un poderoso trattato di aritmetica e algebra con il quale, all'inizio del XIII secolo Fibonacci ha introdotto in Europa il sistema numerico decimale indo-arabico e i principali metodi di calcolo ad esso relativi, avendo avuto una larghissima diffusione, sarà stato sicuramente letto da Dante dato che nel Convivio parla della matematica come di un sole; quindi se ne deduce che l’argomento algebrico era caro al poeta, e un testo come quello del Fibonacci lo doveva certo aver letto.

 

Allora ragionando per passaggi cronologici, Dante che conosceva le espressioni, più correttamente i cosiddetti problemi del “tre semplice” e del “tre composto”, cioè le proporzioni così come oggi noi le studiamo alle medie, potrebbe aver voluto qui inserirne una, rimarcando quindi l’importanza della “Arismetica”, della quale si rende ben conto dato che ci poggia l’intero impianto della sua massima opera la Divina Commedia, nella quale cerca equilibri matematici che rimandino a studi sulle proporzioni, fatta da 100 canti divisi in tre cantiche, di 33 canti ciascuna con 1 canto proemiale introduttivo, fatta di terzine, etc etc…, e poi questa dimensione matematica la si vedrà meglio più di recente grazie al lavoro del Singleton, critico dantesco americano, quale dimensione imponente dell’opera.

 

La domanda quindi da farsi è: dov è l’incognita? Cioè per formulare una equazione ci vogliono dei dati noti e una incognita, qui i dati in nostro possesso sono che il Flegetonte è paragonato nella realtà geografica all’Acquacheta, il Lete noi sappiamo che nasce dalla stessa sorgente del Eunoè, e altro dato in nostro possesso congiunge per mezzo di quella “e” il Flegetonte al Lete, quindi li mette in relazione fra loro.

 

Visto che il Lete è collegato all’Eunoè alla sorgente nell’opera, se trovassi nella rispondenza geografica reale quale potrebbe essere il Lete, visto che ce lo suggerisce lo stesso Dante, potrei trovare anche qual è l’Eunoè, e quindi emergerebbe la volontà del poeta di arrivare a questa conclusione, trovando nella geografia esistente una rispondenza idrografica speculare a quella del Paradiso Terrestre che li ponga in parallelo.

Potrebbe quindi emergere che fosse veramente intenzione del poeta disegnare una vera e propria mappa in terra del suo camino perché noi lo si percorresse.

 

Nel canto 14 dell’Inferno verso 130 infatti ci parla del Flegetonta e del Lete accostandoli insieme, senza sviluppare oltre il discorso, lasciandolo lì come a monito di un collegamento fra essi che però non era importante esplicitare oltre, bastava metterli in relazione.

Infatti c’è una “e” che funge da congiunzione.

 

Quindi lega le acque del torrente Acquacheta sì al Flegetonta, ma anche al Lete, benché questi fiumi, il Flegetonta e il Lete, non abbiano nell’opera nessun altro punto di contatto apparente.

 

Potrebbe quindi anche semplicemente essere una costruzione letterale del poeta che di per se non voglia dire niente di particolare; ma io non credo che sia così, perché l’opera vive di una dimensione di preparazione matematica e poetica che la sottende e anticipa.

Quindi pensare che Dante volesse dire le cose che ha detto, piuttosto che non, a me risulta più semplice, specialmente pensando all’impegno profuso nello scrivere la Divina Commedia e alla caratura del poeta.

Possiamo quindi fare lo sforzo di soffermarci su ogni singola parola che si incontra nel poema e cercare il senso nella costruzione delle frasi che il poeta crea, dato che come vedremo più avanti, questo territorio riserva ancora tante sorprese nelle descrizioni del medesimo ivi contenute, quindi non sottovalutando nulla teniamo ben vigile la nostra attenzione ai dettagli che emergono.

 

Seguendo questa chiave di lettura geografica dell’opera trasposta nella realtà di questo territorio, ancora mai presa in esame, ma tanto naturale proprio in ragione del fatto che le conferirebbe quel connotato di concretezza e realtà che le permetterebbe di ottemperare in maniera fattiva al proposito salvifico per cui nasce, allocando il suo cammino in una reale sede fisica, dando modo di concretizzare nella vita reale l’incontro fra cielo e terra; creerebbe il punto di contatto fra i due mondi, quello astratto e quello reale, il che significherebbe trasmutare in materia il Verbo, che starebbe a simboleggiare esattamente quello che avviene in questo mondo in cui noi siamo immersi,  che noi chiamiamo realtà, che oggi grazie alla scienza più moderna sappiamo accadere; infatti è notorio che tramite il nostro linguaggio che influenza le nostre emozioni creiamo un campo energetico polarizzato di conseguenza, che orienta e plasma in tempo reale il contesto con il quale interagiamo, e sul quale se vogliamo incidere dobbiamo perciò osservare le dinamiche del nostro linguaggio.

Allora ecco che ci troveremmo dove il poeta ha deciso di innestare, in questo punto preciso, la giunzione fra il mondo astratto dell’opera e quello reale, ponendo a paragone il Flegetonte all’Acquacheta, che poi mette a rapporto con il Lete, mentre tu ora sei proprio posizionata in questa fetta di territorio.

 

Il mio ragionamento mette a tema tutti questi dettagli, facendo emergere che dalla Commedia il Lete, che ha origine dal Paradiso Terrestre insieme all’altro fiume Eunoè, è speculare in parallelo con l’immagine idrografica di questo territorio; è infatti al canto 2 del Purgatorio che lo vediamo, quando il personaggio Casella ci spiega che le anime attendenti l’angelo Nocchiere per essere trasportate alla spiaggia del Purgatorio lo aspettavano sulla foce del Tevere.

 

Quindi mette in connessione ideale il Tevere con il Purgatorio.

 

Se guardo all’idrografia di questo territorio vedo bene come davvero le due immagini idrografiche si ricalchino, quella reale qui presente con quella dell’opera.

 

Canto 2 Purgatorio verso 100:

 

Ond' io, ch'era ora a la marina vòlto

dove l'acqua di Tevero s'insala,

benignamente fu' da lui ricolto.

 

A quella foce ha elli or dritta l'ala,

però che sempre quivi si ricoglie

qual verso Acheronte non si cala».

 

Ecco che parlando della spiaggia del Tevere Dante ci dice che è il luogo dove si raccolgono le anime destinate al Purgatorio, quindi quelle che non scendono per l’Acheronte, cioè all’Inferno.

 

Dalla sovrapposizione fra i fiumi infernali e i fiumi qui ubicati, partendo dalla similitudine fra il Flegetonta e l’Acquacheta, per passaggi logici consequenziali i fumi contigui al Flegetonte dovrebbero sovrapporsi allo Stige e l’Acheronte, che confluendo in Cocito disegnerebbero l’immagine idrografica della Commedia in Terra, ritrovando la stessa situazione reale idrografica da cui il poeta si sarebbe ispirato nella zona dove ristette nel primissimo momento del suo esilio.

 Quindi se anche in questo territorio fosse presente la stessa matrice idrografica esattamente speculare presente nell’opera, che disegna questi tre fiumi come confluenti in un lago, e trovassi anche presente la sorgente del fiume Tevere, in fiume citato all’inizio della seconda cantica, allora ecco che potrebbe veramente vedersi come le due geografie, quella reale a quella ideale dell’opera, si ricalchino.

 

Vediamo infatti che in questo territorio, oggi come ai tempi di Dante, in effetti si dispongono tre fiumi che partendo dall’appennino confluiscono in Ravenna.

All’epoca del poeta la città ravennate era allagata dalle acque di questi tre fiumi montani, in aggiunta al ramo di Primaro del fiume Po, che a quell’epoca sfiorava la città a Nord per mezzo di un canale artificiale che congiungeva la navigazione marittima a quella interna, con navi adeguate che da Ravenna risalivano fino a dove era transitabile il Po.

Oggi questo ramo non è più lambente la città; e il poeta ne menzionava l’origine dato che nasceva da tutt’altra parte rispetto a questo appennino:

 

Come quel fiume c’ha proprio cammino

prima dal Monte Viso ’nver’ levante

 

Cioè ci racconta che il Po nasce dal monte Monte Viso, poi continua la sua descrizione tratteggiando il fiume infernale Flegetonte in connessione a questo territorio, essendo paragonato all’Acquacheta. Quindi per estensione di lettura della geografia dantesca da ovest verso est agli altri fiumi presenti nel medesimo territorio partendo dall’Acquacheta, risulta esserci il Rabbi che si sovrappone come immagine allo Stige, e l’Acheronte al Bidente, che insieme al Flegetonte, che appunto è lo stesso Dante a paragonarci al Montone/Acquacheta, confluiscono proprio tutti e tre, e solo questi tre, insieme, nel lago ghiacciato di Cocito, che da questa analisi geografico comparata risulta essere precisamente Ravenna, rispondendo perfettamente a l’immagine idrografica di questo territorio; in quanto Ravenna proprio come il lago ghiacciato era piatta, perché anche questa città, come le altre della Pianura Padana, trova ubicazione sopra un amplissimo strato di sedimenti trasportati dai fiumi di tutta l’ampia valle Padana, che quindi nel corso delle ere geologiche hanno formato, in questo bacino di giacitura, il fondo piatto edificabile per costruire; quindi sia da sotto per effetto della subsidenza, che da sopra per l’impaludamento provocato dai fiumi, Ravenna vedeva affiorare acqua.

Quindi ecco perché si configura l’immagine poetica del lago ghiacciato nella città bizantina.

 

L’effetto della subsidenza lo si vede negli edifici storici che nei secoli sono stati a più riprese rialzati nelle pavimentazioni, proprio perché sprofondavano per effetto dell’abbassamento del suolo con conseguente allagamento.

Dagli anni ‘60 in poi questo fenomeno si è acuito maggiormente per effetto del pompaggio dell’acqua delle falde acquifere a scopo agricolo; oggi però il fenomeno è stato mitigato con delle tecnologie adeguate.

 

Quindi la questione che va messa in luce è la specularità ideale fra l’idrografia dei fiumi infernali e quelli qui presenti, che confluiscono tutti in un lago che allegoricamente si identifica in Ravenna, in quanto versava, all’epoca di Dante, perennemente in uno stato di impaludamento, in cui in inverno era chiara la situazione di ghiaccio che venivasi a formare per effetto della concentrazione di acqua presente nel terreno, che col freddo si tramutava in ghiaccio.

 

E se vado avanti nella mia confutazione fra la geografia dantesca e quella qui presente, risalendo fino alla sorgente del Tevere, in cima alla montagna da dove nasce questo fiume, trovo anche la sorgente del fiume Savio, in quanto anch’essa ha la stessa origine quasi nello stesso punto, ma scorre nel versante opposto; infatti il Tevere sfocia nel mar Tirreno raccogliendo molti fiumi durante il suo tragitto, mentre il Savio invece sfocia nel mar Adriatico a sud della città di Ravenna da solo con l’apporto lungo il suo corso di qualche torrente. I tre fiumi “infernali” presenti in questo territorio, che io ipotizzo essere stati anch’essi parte dell’immagine geografica reale da cui Dante ha attinto, Montone, Rabbi, e Bidente, come abbiamo detto poc’anzi lambivano la città bizantina tutti e tre insieme e vi sfociavano creandovi quel lago ghiacciato.

 

Rispetto invece all’immagine idrografica dei fiumi paradisiaci, quando il poeta ci dice che le anime che sono destinate al Purgatorio si accalcano sulla spiaggia del Tevere, dove quindi fa un richiamo diretto a questo fiume, ci dice che queste anime non sono quelle destinate a calarsi giù nell’Acheronte; quindi è plausibile che stesse il poeta ricalcando ciò che avviene nella geografia di questi fiumi alla loro origine, letteralmente, in quanto questi fiumi che trovano la loro sorgente tutti nel medesimo distretto appenninico, sia quella del Bidente/Acheronte che del Tevere, sono anche relativamente vicine fra loro; come se qui si sintetizzasse ciò che avviene nella Commedia in termini letterali e idrografici, nella descrizione delle possibilità che si prospettano a un’anima nella scelta forzata che fa, se calare giù nell’Acheronte oppure andare alla foce del Tevere; quindi partendo dalla sorgente del Tevere scorrendo fino alla sua foce troviamo il luogo ricordato dal poeta.

 

E che questa architettura geografica se non fosse stata precedentemente almeno presa come riferimento nella trama dell’opera, sarebbe difficile ora ritrovarne i frammenti geografici in collimazione fra loro; il punto è che di per sé è peculiare il fatto che vi siano in effetti molti rimandi a questo territorio nelle citazioni dei fiumi che servono a disegnare la geografia della Commedia  tutti concentrati in questa fascia appenninica.

 

Interessante ora è notare che risalendo il Tevere fino alla sua sorgente arrivo nel punto di contatto con l’altro fiume citato nella Commedia, il Savio, come detto poc’anzi; menzionato al canto 27 del Inferno; infatti i due fiumi nascono dallo stesso comprensorio montuoso, il Fumaiolo, e defluiscono in direzioni opposte, il Tevere a Sud e il Savio a Nord; si vede che i due fiumi nascono quasi nello stesso punto, e poi scorrono in due corsi separati in direzioni opposte, ricalcando precisamente l’immagine dei fiumi del Paradiso Terrestre nell’opera, in connessione diretta alla citazione del poeta all’inizio della sua seconda cantica, citando il Tevere.

Da queste cime di questo comprensorio, nasce anche un terzo fiume, ma che non viene citato neppure da Dante nella sua opera, dato che è proprio lo stesso poeta che cita espressamente il Tevere e il Savio, e non cita invece quel terzo fiume che è il Marecchia.

Ed è lo stesso poeta che provvede a darci tutti questi indizi mettendo in relazione gli aspetti descrittivi delle ambientazioni fantastiche con quelle reali qui presenti che a lui evidentemente interessava menzionare.

 

Infatti la spiaggia del Tevere è quel luogo dove vi si “ricolgono” le anime che sono destinate al cammino di espiazione dei peccati, quindi nella parte finale del fiume, da dove di lì vengono traghettate fino alla spiaggia della montagna del Purgatorio; quindi se anche dice che le anime dalla spiaggia del Tevere si allontanano dalla spiaggia di questo fiume per arrivare alla spiaggia della montagna del Purgatorio, il fatto in sé che citi questo fiume, in quanto riferimento geografico reale, è significativo di per sé stesso, perché è un indizio di cui si deve tenere conto dato che è “casualmente” connesso a questo territorio nella sua sorgente all’altro fiume che cita espressamente, l’Acquacheta,  postulando così il poeta quella specularità fra l’opera e la realtà qui presente che si evidenzia nelle citazioni esplicite che il poeta pone.

 

Cioè questi richiami geografici fra di loro così logicamente interconnessi per “contenenza” territoriale, che sono stati citati espressamente dal poeta; non avrebbero potuto essere, se non fosse stata volontà di Lui di volercene descrivere i limiti entro questa zona.

 

E a questo punto emerge il parallelismo fra i fiumi qui presenti Savio e Tevere a quelli danteschi Lete e Eunoè, perché è proprio Dante che ce li enuncia, e il Tevere direttamente in connessione alla seconda cantica del Purgatorio.

E non meno rilevante sarà l’adduzione di ulteriori indizi in riferimento che presto ti porterò all’attenzione.

 

In effetti è tipico del poeta prendere dalla realtà rielaborando i dati in suo possesso per creare situazioni che poi usa in maniera creativa all’interno della Divina Commedia; quindi è presumibile  che la geografia di questa terra, che lui inserisce in maniera sia esplicita dandone anche dei riferimenti geografici precisi e palesi, ma anche in maniera velata, creando un ponte fra reale e letterale,  traspaia come l’ossatura idrografica della Commedia.

 

A tale proposito l’aggettivo savio è spesso usato, che è esattamente la stessa parola indicante il fiume qui presente, “savio duca”, da Dante per identificare Virgilio, e questa prima guida svanisce quando Lui e Dante arrivano nella sommità del Paradiso Terrestre dove è Beatrice che prende in carico il pellegrino, quindi è il poeta fiorentino che raccontandoci di Virgilio ci dice che svanisce arrivati in cima alla montagna quando questa guida ha completato il suo compito, dove quindi è arrivata al culmine della sua funzione, proprio lì dove si incontrano i due fiumi, il Lete e Eunoè; che come io ho ipotizzato tramite la ricostruzione dai frammenti che vi sono disseminati nell’opera, metto a tema questa ricomposizione con il territorio qui presente; nel monte Fumaiolo, anche se in effetti Dante, una volta arrivato nel Paradiso Terrestre, per la precisione nel 33 del Purgatorio, usa una volta sola la parola savio come aggettivo per descrivere Stazio e non più Virgilio, quindi cambia il soggetto, ma la parola rimane sempre a descrivere un poeta che con Virgilio era strettamente legato, infatti Stazio riconosce in Virgilio un messaggero della venuta di Cristo per azione dei suoi scritti, così ci racconta Dante, per la precisione in riferimento alla quarta Egloga.

 

Quindi ecco che lì dove si incontra il Savio nella sua sorgente come fiume in cima all’appennino, dove nasce anche il Tevere, dove io ho ipotizzato che il poeta abbia sovrapposto il Lete e l’Eunoe, in questo parallelismo fra geografia reale e geografia dantesca, sparisce proprio la figura di Virgilio; perchè arrivati nella cima della montagna del Purgatorio, nel Paradiso Terrestre, il savio duca si incontra con sé medesimo, il fiume Savio; in questa realtà geografica concreta richiamata dalle parole che Dante usa nella Commedia per criptare questo messaggio in riferimento al poeta latino; in un’alternanza fra rimandi reali e immaginifici, che stesse come a significare un punto di contatto fra i due mondi; quindi dove si viene a scoprire questo innesto fra l’opera e la realtà concreta che è stato celato dal poeta, avviene lo svelamento di questo filtro; ed ecco quindi che sparisce Virgilio, savio duca, nell’opera, per ricomparire lì dove si incontra con la realtà concreta di questo territorio, proprio vicino alla sorgente dell’altro fiume citato all’inizio della cantica, lasciando intendere il poeta che vi sia quindi l’alternanza fra la concretezza geografica reale in questo luogo e la Commedia che ne ricalca l’idrografia.

 

Infatti Virgilio c’è ancora quando Dante si immerge nel Lete quindi il Tevere, dalla mia ricostruzione; ma non c’è più quando Dante beve delle acque del Eunoè, quindi come a dire che scompare lì dove ricompare una volta scoperto quel che andava messo in luce, che quindi la geografia dantesca in questa porzione di territorio risulta essere con i frammenti di indizi che il poeta ci ha dato, pertinente in sé; in rapporto proprio alle sorgenti del Lete e Eunoè che si incontrano in cima alla montagna; che potrebbe dirsi, dato che il Tevere è quel fiume che viene citato dal poeta direttamente in connessione al Purgatorio, volendo tirare le somme, che il Savio è l’alter ego dell’Eunoè, proprio in ragione dei fatti sulla sparizione di Virgilio che avviene proprio poco prima dell’Eunoè; e continuando quindi nella mia speculazione prende un senso simbolico anche la sparizione del poeta latino, lì dove accade che questa avvenga, proprio perché sta a simboleggiare il ricongiungimento nel luogo reale deputato a questo incontro dei due aspetti di questa trama, quella letterale dell’opera con quella reale di questa geografia, proprio come un vero simbolo che ci spieghi quale sia la vera natura delle cose, veicolando il costrutto ideale della Commedia di ordine filosofico gnoseologico nella sua simbologia, che una volta rintracciata nelle linee idrografiche che il poeta pone, si riesce a capirne l’insegnamento soggiacente, e cioè che questo mondo è fatto di illusione di materia che deriva la sua reale origine dal noumeno, quindi dal Pensiero che si informa a sua volta dal Logos; dalla Parola quindi; Parola sulla quale la Commedia si Costruisce e con la quale ci parla a più livelli.

 

Se fosse plausibile e accertabile la mia intuizione che Dante abbia posto questa geografia con l’intento che noi si scoprisse, come fondamento reale dell’opera, allora vorrebbe dire che il poeta abbia ordito tutta la Commedia con l’intento che tu oggi la ripercorressi, in quanto questo era il suo testamento ai futuri posteri, facendo sì che ora in te avvenisse una presa di coscienza del fatto che tu sia contemporaneamente lo spettatore  e il protagonista della tua vita, ora che il poeta ti ha catapultato il questa trama di rimandi fra il mondo reale e quello letterale immaginario; e questo insegnamento lo si rintraccia proprio dalla ricomposizione di questa situazione geografica qui presente, in cui ci spiega molto bene quindi Dante in questa allegoria, che a questo punto possiamo dire essere diventata la nostra realtà, dato che stiamo camminandoci dentro,  le modalità con cui questa realtà si informa prima dal Logos, perché tu lo esperissi e ne articolassi la consapevolezza, tramite questa situazione letterale in connessione a questa geografia, facendo emergere questa porzione di territorio come sorella gemella della Commedia.

 

Il savio duca infatti, Virgilio, nell’opera svanisce quando ha completato il suo ruolo da guida in cima alla montagna del Purgatorio nel Paradiso Terrestre, ed è lo stesso poeta che all’inizio della seconda cantica cita il Tevere, facendo sì che il “savio” in questa maniera si concretizzi ai tuoi occhi sotto un’altra veste, nel punto geografico preciso dove questo fiume Savio, appare, nasce, sorge; alla sua sorgente; passando da una veste simbolica lettterale a quella concreta del fiume qui presente, esattamente in connessione ai richiami geografici che è Dante stesso a darci nella Commedia.

 

L’idrografia, carattere tanto presente nell’opera di Dante che ne disegna la geografia, diventa qui reale, ponendo concretamente in relazione il cielo con la terra, disegnando una mappa che dal mondo ideale si traspone a quello concreto, per veicolare l’insegnamento che Dante vi aveva posto tramite questa dottrina, e cioè che è il mondo immateriale spirituale che informa quello reale; facendoci procedere a ritroso, quindi facendoci rintracciare nel mondo concreto l’alter ego del fiume paradisiaco per dedurne questa alterità, quindi ponendo una comunicazione fra questi due mondi entrambi esistenti e funzionali l’uno all’altro, dissertando quindi in questa “parabola” il poeta di archetipi ideali da cui il mondo concreto prende forma. (Platone)

 

Potremmo allora dire che qui il poeta disegna come uno schema che contiene in sé sia il cielo, le idee, che la terra, il mondo concreto; facendoci percorrere in senso inverso questo paradigma, e cioè che noi ora stiamo individuando la matrice nel mondo reale che ha informato la mente del poeta nell’atto creativo di stesura della sua opera, perché noi si doveva individuare questa situazione per arrivare a desumerne il messaggio che vi aveva caricato, cioè che appunto vi è un contatto diretto fra il mondo reale e quello delle idee.

 

Ecco allora che il significato dei versi che parlano del poema sacro contenente sia cielo che terra, assume un significato ben concreto.

 

Se mai continga che 'l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

 

E’ anche vero che il Lete lo nomina vicino al Flegetonte e poi ci dice che il Tevere è il fiume sul quale le anima si riuniscono per essere traghettate fino alla spiaggia della montagna del Purgatorio, quindi ci da dei riferimenti noti che andavano solo messi a sistema nella loro consequenzialità geografica. Possiamo dire allora che vi siano una serie di indizi che riportano in effetti a questo ragionamento di ricostruzione dell’idrografia dantesca in trasposizione a questa qui reale, disegnando così l’idrografia della Commedia in questa terra, tutta contenuta in una pertinenza territoriale fra due monti che danno origine a due fiumi molto importanti per il poeta, il Tevere e l’Arno: “intra Tevero e Arno”.

 

Il Falterona e il Fumaiolo sono due monti a brevissima distanza, ma molto significanti per il poeta, proprio perché danno origine a questi due fiumi che distano solo 3/4 giorni circa di cammino dalla cima dell’uno alla cima dell’altro, dove vi sono oggi come allora, ubicati centri importantissimi per la cristianità, e ancora di più all’epoca di Dante, e ancora maggiormente in tempi molto più remoti, con il culto delle acque come elemento naturale sacro per gli uomini preistorici e protostorici, che qui vi abitavano e che facevano in questa porzione di territorio, in cima a questa pertinenza appenninica ricompresa fra questi due monti, i loro riti sacri in connessione all’elemento acqua, e alcuni luoghi ne ricalcano proprio nella loro toponomastica la descrizione sacra alle acque, come Ridracoli, oggi sede di una Diga importante per la Romagna, che deriva il suo nome proprio da Rivus Oraculorum, Rivo degli Oracoli.

 

E questa teoria di ordine concreto geografico trova quindi la sua forza legata a questo territorio dove i due fiumi così importanti anche per il poeta vedono le loro sorgenti; quindi oltre che per quel Santo Francesco che sente così forte la dimensione di Madre Terra come elemento di manifestazione del Divino, che a La Verna luogo in cui si rifugia proprio per trovare un’avvicinimento quanto più prossimo a Dio, ricevette le Stimmate, simbolo perfetto di aderenza al messaggio Cristico; anche Dante come questo personaggio spiritualmente illuminato, potrebbe aver voluto ricalcarne nella sua opera il territorio, come contenitore in cui avvenisse un’avvicinamento al messaggio che questo santo propugnava, perché se Dante avesse voluto veramente disegnare una mappa e quindi dare valore a una terra, lo avrebbe fatto proprio in coincidenza a quel territorio che ha ospitato quel santo che a Madre Terra dava così tanto valore, e noi sappiamo che di San Francesco si può dire essere stato il primo “ecologista”, cioè colui che aveva capito la profonda connessione che c’è fra l’uomo e l’ambiente naturale che lo contiene.

 

Quindi Dante starebbe a fortificare il messaggio del santo nella sua opera intrinsecamente, oltre che esplicitarlo al canto 11 del Paradiso, creando così le basi per allargare l’asfittico punto di vista obsoleto dell’uomo al centro del cosmo, per arrivare a concepire come nuovo punto da cui guardare il resto dell’universo, quel messaggio francescano che allora era così forte e sentito.

 

Come stesse a significare che c’è un punto di contatto fra la situazione allegorica e la realtà, e stesse veicolandoci questo argomento tramite tutta l’orditura dell’idrografia dantesca che ricalca in effetti il territorio qui presente in connessione al santo che così tanto dava valore al Creato, che quando la si rivela nella sua congruità, quindi quando si estrapolano i caratteri geografici della stessa, e si arriva quindi a desumerne la mappa reale in terra, ecco che nel medesimo momento svanisce la guida di Virgilio, che ha quindi ottemperato alla sua funzione, proprio in connessione a questa pertinenza territoriale, contenente il santo Francesco e Romualdo, e quindi passa il testimone a te nella fruizione di questo cammino come reale e non più solo come ricostruzione possibile, ammesso che tu voglia percepire in quest’ottica.

 

Il poeta ti ha regalato, architettando per te, questo momento.

 

Sei tu pronta a ricevere questo dono di Amore? Essendo tu la destinataria di questo messaggio..?!

Il messaggio che porta seco il mero insegnamento: la Scelta!

 

Potresti essere nel luogo magico che ha ispirato il poeta per la stesura della sua opera somma, e a ispirarlo saresti stata tu nel ricongiungimento di questo momento con Lui.

 

Se penso alla pittura di Giotto e all’introduzione della prospettiva e dell’espressività, allora non posso fare a meno che rimanere sinceramente affascinata dalla profondità che il poeta potrebbe aver infuso alla sua opera, mettendovi una geografia reale, disegnando la sua Commedia in un’ambientazione reale quanto più possibile.

 

Quindi il veltro potrebbe non essere una persona, ma un’esperienza, che andava scoperta e messa in luce in rapporto a un luogo di svolgimento in cui questo avvenimento, fatto da tre entità, da Lui che ne architetta la trama, dal luogo di svolgimento in cui sarebbe avvenuto questo incontro, e da te che ne staresti facendo l’esperienza, verificandosi in terra in un luogo che ripercorrendolo nelle tracce disseminate nell’opera ottemperasse ai caratteri del veltro come cane da caccia, si riducesse nella scoperta della preda: il Linguaggio.

 

Quindi ora stai camminando, potremmo letteralmente dire, dentro alla Commedia, perché nella consapevolezza raggiunta ora, tu non stai solo facendo un cammino, ma stai compiendo la volontà del poeta di percorrere questo tragitto nella terra che lui aveva designato per questo evento nella speranza che sarebbe accaduto realmente.

 

Quindi l’evento si costituisce di tre volontà, quella del poeta che ha architettato la Commedia, la tua che hai aderito a questa esperienza, e quella di questo territorio che anche ora mentre leggi ti sta ospitando, che si uniscono e danno origine al momento di contatto fra passato presente e futuro, in un unico punto spazio-tempo, in cui il tuo presente è il presente di quel poeta che scrivendo pensa a te mentre ne scorgerai la trama.

 

Allora studiamo bene l’idrografia di questo territorio e vediamo che di aderenze con la Divina Commedia questa terra ne presenta tante ancora.

 

Analizzando il canto 14 del Purgatorio dove Dante descrive il fiume che nasce dal Falterona che cento miglia di corso nol’sazia, c’è da notare che è ben stano il comportamento che il personaggio Dante mette in scena in questo frangente; infatti descrivendoci il fiume Arno non lo cita lui direttamente, ma lo fa dire a Guido del Duca:

 

Se ben lo ‘ntendimento tuo accarno

con lo ‘ntelletto», allora mi rispuose

quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».

 

Infatti è l’anima di Rinieri da Calboli che restando per lo più in silenzio, si limita a chiedere a Guido del Duca perché Dante abbia omesso di nominare l'Arno dalla cui valle proviene, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi:

 

E l'altro disse lui: «Perché nascose

questi il vocabol di quella riviera,

pur com' om fa de l'orribili cose?».

 

Guido spiega che la valle dell'Arno ospita popoli privi di virtù, profetizzando l'azione di Fulcieri da Calboli, nipote di Rinieri, come podestà a Firenze nel 1303, occasione nella quale perseguiterà molti Guelfi bianchi e ne farà strage.

Quindi il personaggio Dante non nominerà neanche le città toscane direttamente, ma vi farà allusione in maniera che queste siano deducibili dalle descrizioni.

 

Sia Guido del Duca che Fulcieri da Calboli sono entrambi personaggi romagnoli, provenienti rispettivamente, Guido del Duca da Bertinoro, poi stanziatosi a Ravenna, e Fulcieri da Calboli da Forlì.

Poi subito dopo ecco che Dante attacca la rampogna contro i romagnoli dicendo:

 

Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

 

Come stesse scrivendo un parallelo fra la Toscana e la Romagna, in cui nella prima parte parla dell’Arno, poi la lega alla parte Romagnola, tramite l’intreccio fra i personaggi e i luoghi a cui sceglie di dar voce; e c’è da considerare anche che siamo nel mezzo della Commedia, nella parte centrale dell’opera dove sceglie, nel canto 16 del Purgatorio, quindi lì vicino, di parlare del libero arbitrio come punto di svolta per le scelte che l’essere umano compie nella sua vita, dove il pensiero informa l’azione e dove quindi orientando il pensiero orientiamo le nostre azioni, un punto di contatto fra pensiero e azione.

 

Vorrei far presente che ci siano delle ragioni anche storiche a supporto di questa reiterata presenza della Romagna nella Commedia.

 

Nello spettro di interesse di Firenze vi era la Romagna, che dopo appena trent’anni dalla morte di Dante, verrà fagocitata dalla potentissima città toscana, infatti la Romagna andrà per molta della sua estensione territoriale sotto il dominio fiorentino, e questa “nuova regione” che prenderà il nome di Romagna-Toscana rimarrà sotto l’influsso toscano fino al 1923, quando Mussolini riporterà i confini amministrativi in sovrapposizione a quelli orografici appenninici per la sua stragrande maggioranza; quindi il poeta essendo stato priore di Firenze pochi anni prima degli avvenimenti di espansione della sua città, e comunque continuando a interessarsi di politica anche da esiliato, forse avrà percepito la necessità di questa città di spingersi oltre i suoi confini naturali verso nord, e quindi nella Commedia potrebbe aver anticipato gli sviluppi politici che poi avverranno nella realtà che interessarono la sua Firenze in connessione alla Romagna.

 

Dante muore nel 1321, e dal 1350 circa, per un arco temporale di un secolo circa, Firenze continuerà a inglobare nella sua sfera di influenza questi territori romagnoli fino a spingersi quasi alle porte di Forlì.

 

Considerando poi che nel proseguire del medesimo canto descrive addirittura i limiti geografici di questa regione, riportandone puntualmente i confini, sembra proprio voler dar ragione a questa ipotesi da me ventilata di ordine geo-politico.

 

Quindi descrivendocela geograficamente: “tra ‘l Po e ‘l monte e la marina e ‘l Reno”, Dante conferisce alla terra di Romagna rilevanza geografica in senso stretto all’interno della Commedia, cosa che non avverrà per nessun altra regione.

 

Andiamo quindi avanti con questo ragionamento di ordine geografico, e vediamo che l’Acquacheta è in diretto rapporto di sovrapposizione con il Flegetonte, quindi il poeta ci fa immergere come ambientazione di questa fetta di appennino nell’Inferno, ma poi mette in relazione il Flegetonte al Lete, senza spiegare oltre questo rapporto di congiunzione, li mette semplicemente in relazione, quindi appunto li accomuna, ed è infatti proprio, se prendiamo per buona la mia ricostruzione che identifica nel fiume Tevere il Lete, in questo territorio che hanno radice comune, perché insistono sulla stessa porzione appenninica.

 

Ed è come se vi fosse un collegamento archetipico fra l’Acquacheta e il Lete anche nella realtà di questo territorio, perché Acqua-Cheta sta a significare Acqua calma, in quanto la parola Cheta significa tranquilla, silenziosa, ferma; dove quindi si preludia nel idronimo in questione al fatto che le acque non siano più mosse dalla frenesia delle emozioni irrequiete, ma trovano pace, cioè il tuo essere si Cheta, in un’allegoria che ci descrive uno stato di serenità interiore ritrovato; cioè dove si trova pace in una focalizzazione in sé stesse in relazione a un’idea di armonia, che si delinea tramite un linguaggio proattivo.

 

Quindi nel toponimo Acquacheta si rintraccia il significato proprio a questa azione di calma interiore che avviene grazie all’azione catartica del Verbo, infatti l’Acquacheta non è un caso che sia ubicata a San Benedetto in Alpe, in una visione che respira di questa lettura fatta di intuizioni.

 

Si dice “sei un’acqua cheta” quando ci si riferisce ad una persona apparentemente tranquilla ma che in realtà è determinata a raggiungere un obiettivo, facendola assomigliare a una lenta corrente d'acqua che nel suo costante defluire corroda i sostegni di un ponte in modo lento ma continuativo.

Quindi concettualmente, questo luogo si fonde in te, in quanto c’è una sovrapposizione fra il torrente che qui scorre fisicamente in questo territorio, e un tuo stato d’essere interiore, nell’astrazione simbolica del suo nome descrivente il tuo stato emozionale, quando sei nella pace che si trova nel “bene dire” le situazioni e gli eventi.

 

Quindi l’Acquacheta lo si userà come passaggio idealmente dall’Inferno verso il Purgatorio, dal basso inferno alla risalita della montagna, fino al Paradiso Terrestre, nella consapevolezza che orientando le parole è possibile cambiare orientamento ai nostri pensieri e quindi alle nostre emozioni, decidendo dove andare in senso emozionale; ma a questo punto anche in senso spaziale, dato che siamo prossimi a cambiare direzione e a orientarci verso il ritorno, verso il punto di partenza da cui siamo partite; quindi cambieremo realmente senso di marcia; e se fino ad ora eravamo orientate verso ovest nel procedere di questo nostro cammino, ora invece ci giriamo verso est; e giust’appunto anche nella Commedia vediamo come i dislivelli che Dante affronta con Virgilio nella discesa dell’Inferno proprio in coincidenza con l’Acquacheta/Flegetonte cambino, infatti subito dopo la cascata vediamo come le pendenze siano meno accentuate rispetto a prima nella discesa infernale, quindi in un ricalco speculare fra questo mondo reale e quello astratto dell’opera troviamo una variazione ubicata nel medesimo punto che ci indica un cambiamento; e anche nella nostra progressione di questo nostro cammino l’Acquacheta segna un cambiamento di direzione e quindi senso di marcia, contiguo a quello di Dante, che ci porta dal basso Inferno fino al Purgatorio per merito del Verbo, che nella conoscenza del suo potere si arriva al raggiungimento del libero arbitrio, che ti permette di scegliere la condizione di come vivere l’esperienza di questa esperienza-cammino.

 

Infatti secondo l’interpretazione che mi è giunta di questo luogo, San Bene-detto in Alpe, dove insiste il torrente Acqua-Cheta, proprio in ragione del suo archetipo collegato al Suono, che ha rilevato anche il poeta prima di me, trasporta il suo forte messaggio nel tempo grazie proprio a questa alchimia fra il significato (concetto espresso) e il significante (grafia o suono della parola); infatti il torrente Acquacheta appare come il naturale punto di svolta, sia ideale del nostro ragionamento, che anche geografico per il nostro trekking, per tornare al nostro punto di partenza arricchite di un bagaglio spero utile per te.

 

Come Dante fa da vivo il suo viaggio nel regno delle anime, così ora anche tu da viva entri nel regno degli spiriti, -delle idee, avendone scoperto la forza creatrice; quindi qui in questo luogo, l’immateriale diventa materiale, e vice versa, percependo il Verbo come elemento costituente.

 

Sapere che è dal semplice linguaggio che inizia il processo di comprensione delle dinamiche di relazione, prima interiori e poi esteriori, a me personalmente da una grande serenità, e spero che sortisca anche in te lo stesso effetto.

 

E vorrei anche avanzare di un altro passettino, se me lo consenti, tornando alle intuizioni che mi sono giunte in parallelo fra la Divina Commedia e questo territorio, vedo che Dante cita nella Commedia al 32esimo dell’Inferno due nomi di località, e ci racconta di queste che se anche fossero cadute dentro al lago di Cocito non sarebbero riuscite a scalfirlo minimamente tanto era spesso lo strato di ghiaccio in superficie; come a volerci dare dei riferimenti precisi rispetto a una pertinenza individuabile tra due punti noti in riferimento a Cocito, due montagne forse; e se considero che proprio il bacino idrografico di Ravenna è compreso fra due montagne, il Falterona e Fumaiolo, allora potrei proprio iniziare a schiudere la mente alla possibilità che davvero il poeta abbia volutamente descritto questa pertinenza geografica perché noi la individuassimo.

 

Infatti il poeta nella costruzione della sua opera avrebbe potuto veramente contemplare questa geografia, facendotene dedurre che qui convergono in un tempo unico i due momenti di intenzione, il suo e  il tuo; annullando il tempo come divisorio, e ponendovi un ponte, quello dell’intenzione con cui è stata scritta l’opera, l’incontro di Dante con la sua Beatrice in spirito, divenuta Tu stessa in una metafora simbolica.

 

Quindi quando Dante ci parla del Presente al canto 10 dell’inferno, nella terzina dal verso 97 in poi:

 

El par che voi veggiate, se ben odo,

dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,

e nel presente tenete altro modo».

 

Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,

le cose», disse, «che ne son lontano;

cotanto ancor ne splende il sommo duce.

 

Quando s’appressano o son, tutto è vano

nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,

nulla sapem di vostro stato umano.

 

Però comprender puoi che tutta morta

fia nostra conoscenza da quel punto

che del futuro fia chiusa la porta».

 

Parafrasi:

 

-«Mi sembra che voi dannati vediate, se ho capito bene, gli eventi futuri, mentre abbiate altra conoscenza del presente».

-«Noi, come chi ha un difetto di vista (presbite), vediamo le cose che sono lontane nel tempo; soltanto questo ci permette Dio.

Quando le cose si avvicinano o accadono, il nostro intelletto è vano e se altri non ci porta notizie, non sappiamo nulla della vostra condizione umana.

Perciò puoi capire che la nostra conoscenza (del futuro) sarà totalmente annullata dal momento in cui sarà chiusa la porta del futuro, ovvero il giorno del Giudizio».”

 

Allora di Dante si potrebbe pensare che ci abbia voluto spiegare in queste terzine come il presente sia l’unico tempo, e i vari gradi di consapevolezza nell’uso del Logos, ne scandiscano lo scorrere…

 

E in tal senso un’altra cosa mi è suonata come significativa, il ripetersi del medesimo ambiente forestale della selva oscura in più cantiche, la prima volta nel canto 1 dell’Inferno, e anche nel canto 2, quando il poeta racconta di continuare a permanere nella medesima circostanza fino a che non si incammina con Virgilio e imbocca la porta dell’Inferno, poi torna nella foresta nel canto di Pier della Vigna nel 13esimo sempre dell’Inferno, poi di nuovo ci argomenta di una selva che Dante ci dice essere una foresta divina e viva, che potremmo dire quindi essere una foresta sacra, nel Paradiso Terrestre dal canto 28 del Purgatorio fino al 33; e Beatrice e Dante continuano a permanere nello stesso ambiente forestale terrestre paradisiaco ancora fino al canto 1 del Paradiso, quando finalmente spiccano il volo verso il primo cielo della Luna.

 

10 sono i canti ambientati in zona boschiva, quindi calando questo mio ragionamento qui in questa porzione di appennino, in quanto qui sono realmente esistenti le “foreste sacre”, oggi così nominate proprio in ragione della loro natura, perchè qui vi sono ubicati due dei maggiori luoghi di culto di tutta la fede cristiana cattolica, già conosciuti da Dante perché già esistenti allora, che in parte ho anche già menzionato, che sono proprio il comprensorio della Verna, originato da San Francesco…

 

Canto 11 del Paradiso, dal verso 106:

 

nel crudo sasso intra Tevero e Arno

da Cristo prese l’ultimo sigillo,

che le sue membra due anni portarno.

 

…e il comprensorio di Camaldoli, che cita con svariate modalità all’interno della Commedia, anche citandolo direttamente nel canto 5 del Purgatorio verso 94:

 

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino

traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,

che sovra l’Ermo nasce in Apennino

 

Quando cita la parola Ermo sta parlandoci proprio dell’eremo dei camaldolesi, e anche tramite figure che ricorderà poi nel Paradiso, quale San Pier Damiani canto 21, il quale si ispirò alla Congregazione eremitica Camaldolese, fondata da San Romualdo, per moltiplicare le case filiari all’eremo di Avellana sul monte Catria (Pesaro), nelle regioni limitrofe, sta comunque riferendosi a questa situazione spirituale illuminata, fondata nel 1012, anno indicato tradizionalmente come l'anno di fondazione del Sacro Eremo di Camaldoli.

Pier Damiani scrisse la biografia “Vita di San Romualdo” circa 15 anni dopo la sua morte (1042), quindi citare San Pier Damiani significa ricordare implicitamente anche le figure a cui fa riferimento come modelli.

 

Poi cita espressamente San Romoaldo nel canto 22 del Paradiso, che guarda caso è messo proprio in rapporto diretto con San Francesco 11 Paradiso, per mezzo di un gioco di numeri multipli in cui vengono citati questi santi.

 

Ed è Renè Guenon che nel suo libro “L’esoterismo di Dante” che ci dice essere il numero 11 come significativo in rapporto al suo multiplo 22, e qui di questa significanza se ne rintraccia un frammento.

 

La storia di questa porzione di territorio come sacro o divino comincia in età molto antica, con i primi insediamenti degli etruschi, come ho già anticipato in parte anche precedentemente; il "Lago degli Idoli" è il più importante sito archeologico dell'Appennino Tosco Romagnolo, e per tutto il periodo etrusco questo fu un luogo dove venivano venerate le divinità di questo popolo, e dove si gettavano statuette in bronzo ex voto per ricevere in cambio guarigioni da malattie o ferite, o grazie di vario genere.

Situato sulla cima del Monte Falterona e a poche centinaia di metri dalla sorgente Capo d’Arno, all’epoca di Dante, di questo sito archeologico non se ne sapeva nulla, solo nel maggio del 1838 in seguito al ritrovamento fortuito sulle sponde del lago di una statuetta in bronzo raffigurante Ercole, prendeva avvio a Stia (Ar) la formazione di una Società di amatori locali con lo scopo di effettuare ulteriori ricerche. Gli sterri portarono al prosciugamento dello specchio d’acqua e al rinvenimento di una delle più ricche stipi votive del mondo etrusco, che fece assumere al sito, sino ad allora chiamato Lago della Ciliegieta, la denominazione di Lago degli Idoli.

Furono recuperati infatti circa 650 statuette in bronzo, alcune delle quali sono conservate al British Museum di Londra, al Louvre di Parigi, all’Ermitage di San Pietroburgo e alla National Gallery di Baltimora.

L’etimologia del nome di questa montagna è esaustiva di quale importanza questa avesse per le popolazioni autoctone, infatti Falterona deriva da “Fal-Truna”, che significava Trono degli Dei in lingua etrusca.

 

Quindi un Dante non poteva avere conoscenza diretta della specificità di questo luogo, ma ciò non toglie che nella memoria tradizional/leggendaria delle persone qui residenti, non vi fosse stratificata la nozione di questo territorio come sacro in tempi antichi.

E per un Dante che ipoteticamente avesse cercato  un’allocazione  idonea per la sua opera, quest’informazione non  lo avrebbe lasciato indifferente, e i distretti religiosi, Camaldoli e La Verna, sorgono proprio vicino al Lago degli Idoli, e oggi questi siti di vita spirituale, medievale cristiana, e arcaica pagana, rimangono all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, ricompresi nei suoi confini.

 

Da sempre i frati dei due ordini hanno operato uno sfruttamento silvicolo, ovvero uno sfruttamento ponderato della risorsa lignea.

I francescani hanno optato per uno sfruttamento generico e non specifico rispetto a una particolare tipologia di legno, in linea con la loro filosofia, mentre invece i camaldolesi hanno operato una silvicoltura specifica, di preciso piantavano e tagliavano solo l’abete bianco (nome scientifico: abies alba)  per la sua caratteristica di rimando simbolico, perché avendo questa pianta un accrescimento verticale che le dà un senso di slancio verso l’alto, quindi simboleggia una propensione verso il divino, in quanto gli alberi adulti arrivano a raggiunge altezze di circa trenta o quaranta metri, che tradotto economicamente voleva dire trovare mercato sulle piazze che prediligevano questi legni per le opere murarie, per la costruzione di navi, e anche per altri mille impieghi; quindi  il legname di questa essenza fungeva, oltre che per il loro rimando spirituale, come sostentamento economico;   infatti al tempo delle città marinare, dal XI sec circa in poi, veniva venduto alla città di Pisa che lo utilizzava per farci i suoi alberi di maestra nelle sue navi; e sempre nel medioevo utilizzava la stessa essenza lignea anche l’OPA, che è un ente a tutt’oggi esistente istituito nel 1296 dalla Repubblica Fiorentina, proprio mentre Dante faceva parte del consiglio dei Cento.

Questo istituto nasceva con lo scopo di rappresentare la parte riguardante gli aspetti economici ai lavori di edificazione della città, per l’esattezza del Duomo di Firenze e le successive opere, e a tale scopo quest’organo di governo faceva piantare e tagliare gli alberi degli abeti bianchi nel bosco di sua proprietà in cima a questo appennino, che era contiguo a quello dei camaldolesi, quindi questa zona era sempre presenziata da dei funzionari di questo ente che provenivano da Firenze per dirigere i lavori di esbosco e di piantumazione.

Rimanendo Dante quindi da qui sempre in contatto di informazioni fresche da Firenze, e in un luogo sicuro, protetto dalla casata dei conti Guidi presso la quale è noto che trovò riparo nel tempo del suo esilio, io ipotizzo che vi rimase per lungo tempo, e che ne descrisse i confini di questa terra nella sua opera perché noi si arrivasse proprio a desumerne l’impronta nella Commedia così da ricalcarlo nei passi, per armonizzarci in un’unione di intenti che andasse oltre alla disfatta del politico Dante, e che invece ne esaltasse l’impronta mistica che nella Commedia è conservata.

 

L’OPA si interessò dell’edificazione del Duomo, e anche dell’edificazione della Cupola del Brunelleschi in epoca rinascimentale.

Questo edificio che è così importante per Firenze che rimane proprio nel cuore della città, centralissimo, è molto vicino al battistero di San Giovanni, luogo quest’ultimo dove Dante fu battezzato, e che ricorda lui stesso al 25 del Paradiso, il canto dove esplicita la speranza di tornare nella sua città per i suoi meriti da poeta; quando in quegli anni all’incirca nel 1320 in cui scrive la cantica del Paradiso Dante è ormai anziano, quindi un uomo che oramai chiede di rientrare in Firenze per le sue virtù poetiche, e non più politiche, facendo quindi un richiamo ai suoi meriti maturati nei contenuti della sua opera; e cioè ci sta indirizzando a tenere in considerazione la sua poesia come accesso alla città, in una lettura che nella dinamica del suo esilio trova in questa terra  una posizione di vantaggio, in quanto da questi luoghi era possibile vedere quel battistero dove lui fu battezzato; quindi volendoci dire che da qui vi era una semi-verità nel rientrare in città da parte di Dante, per il fatto che dalla cima del monte Falterona era possibile vedere Firenze e quel battistero, e che quindi vedendolo era come se lui vi fosse lì vicino… almeno visivamente…ci sta dicendo che in un certo senso quando la sua poesia rivelerà la chiave geografica in essa contenuta vincerà fattivamente la crudeltà che fuor lo serra, perché se anche era fuori Firenze fisicamente mentre scriveva, riusciva però fattivamente ad avere un contatto diretto visivo con la sua amata città; è come se ci dicesse che almeno come auspicio quando e se la sua poesia vincerà la crudeltà che fuor lo serra, dimostrerà il suo proposito di farlo rientrare nella sua città che da qui si vede, quindi  nel rintracciare la trama geografica che ricalca questa terra il suo stato di fatto nel rimanere in contatto con la sua città, quindi di farlo rientrare in un certo qual senso, da qui si paleserà!

 

Se mai continga che ‘l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

si che m’ha fatto per molti anni macro,

 

vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov’io dormì agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

 

con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fronte

del mio battesmo prenderò ‘l cappello;

 

Ha girovagato nel primissimo periodo del suo esilio intorno a queste montagne per rimanere in contatto visivo e di informazioni con la sua amata Firenze, nella speranza di potervi rientrare, ma del resto un esiliato che rischia la vita se viene visto dai fiorentini, perché passato dalla parte ghibellina, e questo è un fatto rilevante in senso stretto riguardo a questo territorio, dove come vedremo più avanti ebbe luogo l’incontro per giungere agli accordi con i precedenti rivali ghibellini; luogo migliore per nascondersi, almeno nei primi momenti del suo esilio, e che gli dava tutta una serie di vantaggi nel rimanervi, come questo di interscambio di informazioni, e anche la fruizione della biblioteca di Camaldoli, che lo deve aver suggestionato molto, perché molto antica, quindi molto fornita, istituita sin dal momento della fondazione dell’eremo; poteva trovare da qui questa congiuntura di situazioni vantaggiose, che nella sua condizione da esule, almeno nella prima ora del suo esilio gli permettessero una certa posizione di vantaggio rispetto ad altri luoghi.

 

Dante prima di diventare priore di Firenze, che lo fu dal giugno fino all’agosto del 1300, fu Membro del Consiglio dei Cento dal maggio fino al settembre del 1296, quindi detto questo è chiaro che un istituto come l’OPA, che nasce l’8 settembre del 1296, questa è la data che tradizionalmente viene indicata come la cerimonia di benedizione della posa della prima pietra di S. Maria del Fiore, che come detto era proprietaria di talune porzioni delle Foreste Casentinesi nella fascia sommitale dell’appennino, stava a significare per Dante un luogo territoriale in cui scambiare informazioni soprattutto di ordine politico; dove dalla città di Firenze arrivavano dei funzionari a gestire i lavori, quindi magari riusciva anche a farsi recapitare messaggi dalla famiglia, e dai simpatizzanti della sua fazione politica, e a sua volta a inviargliene.

Quindi da qui rimaneva in contatto con la sua città tramite un filo diretto senza però essere visto, semplicemente al riparo da occhi indiscreti e al contempo protetto dai signori locali Guidi ed altri, come anche il buon Lizio da Valbona che viene citato nella Commedia, e dai frati presso cui poteva trovare ricovero.

 

Oggi il territorio del Parco Nazionale si è di molto allargato rispetto a quel nucleo originario di foresta da cui si prelevava il legname per le varie opere dai vari enti.

L’intero comprensorio dell’odierno Parco va oggi dal comune di Tredozio, fino a Chiusi della Verna, e ha un estensione territoriale pari a 36.843 ettari, equamente ridistribuiti fra le 2 regioni, Emilia-Romagna e Toscana; e punto di orgoglio di questo Parco è la riserva integrale di Sasso Fratino istituita nel 1959, venendo così a configurarsi come la riserva integrale più antica d’Italia, che è ubicata nella parte sommitale nel versante romagnolo del Parco Nazionale, caratterizzata dai suoi aspri pendii che ne hanno inibito la fruizione antropica mantenendola naturalmente intatta, e quasi precisamente per l’interezza dei suoi confini ha ottenuto, insieme con altre zone a macchia di leopardo sparse nel Parco, un nobilissimo riconoscimento il 7 luglio del 2017, quando la Commissione UNESCO ha insignito questo ente, nella fattispecie proprio nel territorio della riserva integrale e negli altri luoghi limitrofi similari per caratteristiche, dell’alta onorificenza di diventare parte del Patrimonio Mondiale dell'Umanità, per la presenza delle faggete vetuste, ricomprese nel progetto europeo del sito seriale Ancient and Primeval Beech Forests of the Carpathians and Other Regions of Europein, (Boschi di faggio antichi e primitivi dei Carpazi e di altre regioni d'Europa) in quanto queste faggete vetuste sono fra le più vecchie d’Europa.

 

Vicino a questo sito di importanza mondiale Unesco, vi è l’abetina di Camaldoli nel versante toscano, che dal momento dell’insediemento dei primi monaci si è iniziata a piantumare quasi subito, tagliando gli alberi una volta arrivati a maturazione.

Oggi però il taglio non è più consentito a enti privati, solo il Parco può disporre il taglio nella gestione della foresta, in quanto è di pertinenza esclusiva del Parco delineare come operare tramite il piano di gestione dell’Ente, quindi oggi l’abetina è in fase senescente con degli esemplari di abete bianco vecchi di circa 80 anni.

 

Ed è qui collocabile quell’immagine della Divina Commedia dell’albero a forma di abete rovesciato con pomi odorosi e buoni, del canto 22 del Purgatorio, e 2 terzine più avanti parla di un liquore… e guarda caso i monaci camaldolesi dal momento della loro fondazione sino ai giorni nostri, senza mai aver interrotto questa lavorazione nei secoli, dall’abete bianco producono un liquore che si distilla proprio dai semi contenuti nelle pigne dell’abete, che lui chiama appunto “pomi odorosi e buoni”.

 

Da notarsi anche la coincidenza numerica di questo canto con il canto 22 del Paradiso, quando è proprio in questo stesso che cita San Romoaldo, fondatore dei monaci Camaldolesi.

 

Nel canto 22 del Purgatorio, dove si purga la colpa e vizio de la gola, pone proprio questo indizio,  che io sostengo essere pertinente con la storia di questo territorio proprio all’interno di questo canto, dove si sconta appunto questo vizio capitale…

 

Il peccato di gola nella teologia cristiana è uno dei sette Vizi capitali e si ha quando l'essere umano eccede la giusta misura nel dedicarsi ai piaceri del cibo e delle bevande.

 

Canto 22 Purgatorio verso 130:

 

Ma tosto ruppe le dolci ragioni

un alber che trovammo in mezza strada,

con pomi a odorar soavi e buoni

 

e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo, così quello in giuso,

cred’io, perché persona sù non vada.

 

Dal lato onde ‘l cammin nostro era chiuso,

cadea de l’alta roccia un liquor chiaro

e si spandeva per le foglie suso.

 

Sarebbe come a voler rimarcare la volontà del poeta nell’allocazione di quest’indizio all’interno del canto che parla dei golosi, coloro che peccano di gola, proprio perché dimostra il rapporto con la mia ipotesi di un collegamento di senso fra la territorialità dell’opera in connessione ai caratteri propri di questo territorio; cioè sta a indicare una specificità di questo territorio collegata proprio alla lavorazione che i monaci facevano con i semi dell’abete bianco producendo un liquore, il che significherebbe che l’argomento dell’indizio con la sua posizione all’interno di questo o quel canto nella Commedia non sarebbe a caso, ma voluto; perché come ho evidenziato colloca alcuni indizi particolari, come questo appena messo in evidenza, nel giusto posto all’interno della Commedia in relazione con l’esperienza che vuol descriverci; infatti ha messo questo indizio del liquore d’abete, nel canto dove viene punito il peccato della gola, quindi ci sta dando un rimando di senso fra l’indizio rilevabile e la sua pertinenza all’interno del canto in questione, di ordine semantico, come fosse una confutazione che serve ad appurare l'allineamento dell’indizio lì in giacenza con il canto in cui esso è inserito, come se questa parte nascosta della Commedia si potesse leggere solo con quella chiave di lettura geografica, che fa emerge nei suoi caratteri più intimi delle caratteristiche  proprie territoriali, quindi non immediate al grande pubblico, ma pertinenti, se si pensa agli usi e costumi di questa terra, in questo caso specifico, ai monaci che vi risiedevano e che producevano i loro prodotti.

Formando così un incatenamento di rima anche a questa dimensione sotterranea, nascosta, dell’opera; quindi non solo nelle terzine, ma anche fra questi incastri, in quanto sembrerebbe che Dante abbia voluto creare queste situazioni di rimando fra loro pertinenti fra il significato e il significante, fra il contenuto e il contenitore, fra lui e il territorio che lo contenne, mettendo a sistema una lettura dell’opera sotterranea, che si rende palese solo confutandola con la pertinenza di questi luoghi.

 

Sempre in rapporto a questo territorio troviamo un nome molto importante nel canto 16 dell’Inferno al verso 38: Guido Guerra.

 

I conti Guidi furono una fra le altre maggiori casate del Medioevo nell'Italia centrale.

Conosciuti come Conti palatini di Toscana, dominarono su parte della Toscana e della Romagna.

Grazie alla loro importanza ambirono a formare una dinastia regnante stabile in Toscana, favoriti in questo anche dalla protezione di Matilde di Canossa.

I castelli principali, da cui presero nome i vari rami dei Guidi, furono quelli di Poppi, di Romena, di Porciano, in Toscana; e quelli di Bagno, di Montegranelli, di Dovadola e di Modigliana, in Romagna.

 

Guido Guerra era figlio del conte di Dovadola, che quest’ultimo governava in una zona della valle del Montone confinante con la zona che gestivano i sopra menzionati monaci di San Benedetto in Alpe nella zona d’altura.

Allora ecco che vien fuori, in questo canto, una valenza forte di questa porzione di territorio collegabile con il personaggio citato, perché il poeta mette in relazione questa località, la valle del Montone/Acquacheta, con la famiglia che a quell’epoca governava in questa valle, ma tutto questo però viene fatto in maniera non diretta, non è stato citato il personaggio Guido Guerra direttamente in rapporto all’Acquacheta, ma semplicemente citato nel medesimo canto, come tanti altri personaggi, senza specificarne il rapporto di potere politico; quindi questa valenza geografico-politica è qui rimarcata, e la si osserva solo se si ragiona in termini di pertinenze territoriali, e di Dante si può pensare che abbia voluto mettere nella sua opera dei riferimenti in tal senso, perché quando l’opera fosse stata indagata con un occhio attento al territorio che lo ha ospitato, e che evidentemente aveva caro al cuore, per i plurimi motivi che ho già precedentemente illustrato, questo aspetto sarebbe emerso nella sua imputabilità.

 

Sempre il poeta pone altri rimandi direttamente a questo territorio tramite l’uso della toponomastica, nel canto 5 del Purgatorio al verso 116:

 

Indi la valle, come 'l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,

 

L’alpe di Giogaia o Giogana, qui detta “gran giogo”, è tutta quella parte sommitale dell’appennino che va dal passo della Calla, quindi dal monte Falterona, fino a Camaldoli e oltre, fino addirittura alle zona della Verna, quindi qui Dante con la parola “giogo” identifica questa fascia montana.

Il toponimo deriva dalle antiche vie dei legni, dove i buoi “aggiogati” trasportavano i tronchi di abete delle Foreste Casentinesi; è una lunga e conosciuta camminata sulla pista forestale di crinale, che si sviluppa lungo un tratto del sentiero 00 GEA fra la Romagna e la Toscana, che lambisce la zona delle faggete vetuste della Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino e le abetine di abete bianco da cui ogni tanto si apre una finestra verso le terre di Romagna.

 

Nella terzina di questo canto del Purgatorio Dante cita il gran giogo, quindi la Giogana e il Pratomagno, siamo nel momento che Buonconte da Montefeltro racconta perché non venne trovato il suo corpo dopo la Battaglia di Campaldino, siamo quindi dal racconto del poeta nel versante toscano di questo appennino, nel Casentino.

 

E poi ricorda, tramite la citazione della stessa parola, il medesimo luogo, al canto 27 dell’inferno al verso 30:

 

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;

ch'io fui d'i monti là intra Orbino

e 'l giogo di che Tever si diserra».

 

La critica dantesca canonica nella parola gioco di questo canto non ci vede il rimando geografico preciso che ci vedo io, e traduce questa terzina più o meno così:

 

dimmi se i Romagnoli sono in pace o in guerra;

che io fui dei monti tra Urbino

e la cima da cui nasce il Tevere.

 

I dantisti per la parola “giogo” in questo canto non ci ravvisano il significato specifico legato a questo preciso territorio che leggo io, riconducibile quindi a questa particolare zona geografica, ma la prendono come sinonimo della parola cima, vetta della montagna, da cui sgorga il Tevere, in maniera generica.

 

Dante a me pare invece che qui faccia avvenire uno slittamento semantico della parola, che dal significato più specifico del canto 5 del Purgatorio, dove la usa appositamente per riferirsi appunto al Gran Giogo vicino al Falterona, in rimando al Pratomagno, la usa anche qui, nel canto 27 dell’inferno, in riferimento alla cima dove nasce il Tevere, usando quindi lo stesso lemma con due gradi di specificità diversi, solo apparentemente però, perchè ci fa capire che voleva rimarcare la vicinanza di luogo proprio con questa allitterazione che ne calca la dimensione geografica, quindi si può dire che il poeta da prova di aver ben conscio il suo proposito, dimostrando la volontà di riferirsi a questo territorio in senso stretto, in una lettura che prenda in considerazione l’ambiente che qui viene descritto tramite lemmi specifici.

 

Quindi usa questa parola in maniera da articolarci un rimando fra i canti, infatti al canto 5 del Purgatorio, il canto di Buonconte, inserisce questa stessa parola dandogli però un significato diverso da quello che troviamo nel canto 27 dell’inferno, il canto del padre, Guido da Montefeltro, mettendo in evidenza che il poeta tramite questi segnali stia legando la stessa pertinenza territoriale nei vari canti correlati fra loro, anche proprio dai personaggi stessi, in quanto questi due hanno un grado di parentela diretto, uno è il figlio dell’altro...

 

Ecco che quindi Dante ci dà anche una lezione di valenze semantiche, da bravo linguista qual’era, e non a caso secondo me, perché era suo intento veicolare proprio questo tipo di messaggio intrinseco nell’opera, cioè dimostrare l’ingegno nell’usare le parole tramite questi giochi di termini e del loro significato in base al contesto, che metta più o meno in risalto il senso della parola stessa rispetto alla frase che la contiene.

Dante rende quindi il lettore nella fruizione della sua opera parte attiva, perché il lettore interpreta in base a quello che conosce, rileva significati diversi delle stesse parole nelle medesime frasi; cioè se il lettore prende in esame una chiave di lettura dell’opera diversa da quella sempre utilizzata, in questo caso quella geografica, ne osserva risultati molto specifici e pertinenti fra loro, diversi dalle letture solite delle medesime parti.

Quindi la Divina Commedia può considerarsi il vero trattato di linguistica che viene anticipata dalle altre opere che trattano il linguaggio e sono propedeutiche per la lettura della Commedia.

 

Come un filo rosso, questa parola giogo, collega tutti questi canti, proprio perchè citata nel canto di Guido da Montefeltro, che è il padre di Buonconte da Montefeltro, dove il personaggio padre domanda al suo interlocutore Dante unicamente della parte romagnola, interessandosi solo a questa, e ti ripeto che il Montefeltro era una zona di confine fra più comprensori territoriali…Romagna, Toscana, e Marca Anconetana (l’attuale regione Marche), quindi il Montefeltro era ed è una regione storica incuneata in mezzo a queste; mentre i fatti del figlio sono ambientati in Casentino. Quindi il poeta ci racconta fatti speculari per gli accadimenti, che sono dislocati in zone contigue ma opposte perchè divise dal monte Falterona in cui corre proprio il Gran Giogo; e anche per l’analisi che si può fare del momento saliente dei canti che è quando gli spiriti benigni e maligni si contendono le anime dei defunti in oggetto per decretare a chi andranno, che vediamo esservi una perfetta specularità fra i canti anche in senso alle vicende raccontate.

Quindi l’idea di sovrapporre queste due situazioni, sia per geografia, sia per parentela, sia per accadimenti raccontati nell’opera, è evidente.

Nel caso di Guido intercede San Francesco, questo santo richiama direttamente questa fascia appenninica, dato che di San Francesco nell’opera se ne parla anche in rapporto a La Verna dove prende le stimmate, e il poeta per identificarci questa zona ci dice che rimane intra Tevero e Arno, in cima alla quale vi è appunto il Gran Giogo; e quando ci indica il luogo natio di questo santo usa ancora una volta la parola giogo, guarda caso..

 

canti 11 del Pardiso verso 48

 

onde Perugia sente freddo e caldo

da Porta Sole; e di rietro le piange

per grave giogo Nocera con Gualdo

 

quindi usa questa parola “giogo” per collegare i personaggi e i luoghi a un medesimo contenitore geografico, infatti di un San Francesco ce ne parla con l’intento in questo canto di descrivercelo nei connotati della sua zona d’origine, sempre menzionando la parola “giogo” però, quindi facendo un abile lavoro di dislocazione della parola per attribuzioni pertinenti, che ci riportassero tutte ai personaggi e al territorio ad esso collegati, ma che andavano ricongiunti questi frammenti di informazioni, così da formare il quadro completo e vederne il senso nella sua interezza.

 

Quindi con questa parola “giogo” che compare sia nel canto di Guido da Montefeltro, che nel canto del figlio Buonconte, e anche nel canto di San Francesco, lega tutto insieme e ci mette in rapporto questi luoghi perché noi individuassimo questa matrice geografica che informa l’opera, che mettendo questi riferimenti fra le parole e i luoghi per mezzo di lemmi veicolo, si evidenzia questo intreccio.

 

E’ quindi possibile pensare al significato del verso “Sua nazion sarà tra feltro e feltro”…  come indicante la zona intermedia fra il padre e il figlio della casata dei Montefeltro, fra la terra di Romagna e Casentino? Proprio dove visse San Francesco e ricette le stimmate?...

 

Ecco anche gli altri canti, che hanno sempre un collegamento di senso fra loro, dove compare la parola “giogo”:

 

Canto 12 del Purgatorio, prima terzina:

 

Di pari, come buoi che vanno a giogo,

m'andava io con quell' anima carca,

fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.

 

Canto 12 del Purgatorio, quinta terzina:

 

ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:

buon ti sarà, per tranquillar la via,

veder lo letto de le piante tue».

 

Nel canto 12 del Purgatorio la prima terzina con la quinta sono in relazione di senso, in quanto rimandano al messaggio del giogo come zona geografica di sentiero di montagna, ventilandoci l’idea di quando venivano aggiogati i buoi per il trasporto del legname; infatti quando ci dice: come buoi che vanno a giogo, m'andava io con quell' anima carca; nell’analisi letterale vi è un parallelo come di una persona che va china per colpa di un fardello che porta sulla schiena, ma poi dalle parole che usa si vede che sta cercando un altro significato ancora più specifico, che coincide proprio con il senso di quello che sto prospettandoti da questa analisi, cioè mette dei rimandi precisi al giogo e alle bestie da traino insieme all’idea esplicitata nella quinta terzina del sentiero di montagna; quello che accadeva esattamente proprio al Gran Giogo, in cui venivano aggiogate le bestie per il traino del legname da cui deriva il nome, e tutto questo descrive proprio il riferimento al sentiero di montagna in questa cresta appenninica, inserendovi perciò dei rimandi a dei significati di immagini geografiche precise.

 

Nella quinta terzina ecco che Virgilio dice a Dante di pensare al suo di cammino, e di fare attenzione a dove mette i piedi, quindi rimanda all’idea di sentiero, un sentiero di montagna ovviamente, vista l’ambientazione del Purgatorio, che è appunto ubicato presso una montagna.

 

Di interessante a questo punto c’è da notare che un Virgilio, che come ho prospettato stia in rappresentanza come un politico di una zona geografica, così qui lui ci dice di fare attenzione al sentiero di montagna, proprio di questa specifica montagna, visti i nessi che ci sono nell’opera fra queste parole che indicano il Gran Giogo che rimane proprio vicino alla sorgente del fiume Savio; e fra l’altro il canto 12 del Purgatorio dista solo altri 2 canti dal 14 sempre del Purgatorio, dove viene citato espressamente il Falterona; e qui siamo nei canti centrali, nel cuore della Commedia, infatti questo topos geografico è stato messo proprio al centro, come a dire che è l’ago della bilancia, cioè quel chiodo su cui si decide le sorti del fruitore nell’interpretazione dell’opera con il suo libero arbitrio di credere oppure no che sia possibile che Dante volesse così connotare la sua opera di un carattere geografico fra due estremità, il monte Fumaiolo dove nasce il Savio e il Tevere, e il Falterona da dove approssimativamente vi nasce l’Acquacheta e tutti gli altri fiumi “infernali” dal lato romagnolo, e niente meno che l’Arno dal lato toscano, fiume certo caro a Dante.

Così ora che noi sappiamo quale è lo strumento che orienta il nostro Libero Arbitrio, cioè cos’è che fa la differenza nei nostri cuori e menti, quindi cosa ci fa propendere per questa o quella opinione; come ci diceva bene Dante nel De Vulgari Eloquentia, che è il Linguaggio, è la Lingua, quindi il Logos; allora ora se nel linguaggio che il poeta ha usato noi vi ravvisiamo una chiave geografica possibile, come interpretazione dell’opera, è chiaro che l’argomento astratto per eccellenza, il Linguaggio, prenderebbe di matericità istantaneamente, facendo calare l’idea soggiacente nel mondo reale, concretizzando in terra il suo intento salvifico quindi conferendogli una dimensione materica: “E cielo E terra”.

 

Ecco perché secondo me usa questo escamotage per ordire questa trama di significati semantico-geografici, per dare intrinsecamente rilevanza a questa nuova lingua che è lui stesso che provvede a coniare in una certa misura, e comunque a studiare come primo linguista della futura nazione Italiana, perchè doveva assolvere alla funzione salvifica per cui nasceva.

 

Dove ha fatto del momento del suo esilio il trampolino per riuscire a dare alla futura Patria il linguaggio comune, che sarebbe in maniera fattiva anche idoneo a che gli animi di questa nazione si elevassero, in quanto costruito in maniera sapiente per creare quel momento di riscatto per sé e contemporaneamente per tutta l’umana gente; se vi fosse modo di accertare che questa chiave interpretativa fosse corretta.

 

E costella quindi consapevolmente per noi l’opera di quelle parole significanti in rapporto al contenitore geografico, che prese insieme ne palesano il nesso, il “nodo”, riportando appunto alla Parola l’attenzione, per decretarla come protagonista assoluta dell’opera.

 

Si può pensare quindi che nell’analisi del canto 5 del Purgatorio di Buonconte, dove giogo è il nome proprio della zona, si è passati allo stesso termine che indicasse in senso più generico e meno evincibile la medesima ambientazione montana, nel canto di Guido da Montefeltro, “’l giogo di che Tever si diserra”?!...

 

E poi di nuovo cambiandogli di senso facesse comunque coincidere questo termine con l’immagine di un sentiero di montagna e l’immagine dei buoi aggiogati, del canto 12 del Purgatorio.. e ancora nel canto di San Francesco, 11 Paradiso, la parola giogo stesse a indicare la provenienza di origine “per grave giogo Nocera con Gualdo”… di quel santo di cui ne parla nell’opera anche in rapporto a La Verna…dove vi arriva il Gran Giogo...

 

Considerando gli stretti nessi di significato geografico e semantico di questo termine, pensare a un caso trovarli così distribuiti, non so se potrebbe essere opportuno...

 

Quindi Dante potrebbe sviscerare di una parola tutti i rimandi possibili alla zona geografica afferente, sia in termini semantici, che anche proprio in riferimento alla sua geolocalizzazione precisa, e ai personaggi a essa connessi. Dandone un quadro completo da più punti di vista, e usandola solamente nei canti incidenti con questo territorio, e mai in altri.

 

La parola Giogo compare in totale 5 volte all’interno della Divina Commedia, e tutte e cinque in maniera più o meno diretta con questo territorio; in questo compendio viene contemplata anche l’ultima volta in cui appare, che è nel canto 1 del Paradiso al verso 16, quando usa la parola gioco in maniera ancora diversa:

 

Infino a qui l’un giogo di Parnaso,

assai mi fu; ma ora con amendue

m’è uopo intrar ne l’arigo rimaso.

 

La parafrasi di questa terzina traduce così:

Finora è stata sufficiente una sola cima del monte Parnaso, ma ora devo accingermi al lavoro rimasto con l’aiuto di entrambe.

 

Qui si riferisce all’intercessione di una seconda entità, di Apollo, che possa così dare la forza a Dante di esprimersi ancor meglio nella sua poesia, con un linguaggio ancora più aulico.

Quando dice “amendue” sta a indicare una pluralità di soggetti che partecipano alla buona riuscita del poema; da mettere in evidenza che prima ha fatto riferimento alla cima dove vi sono le muse, e ora chiama in causa Apollo.

 

La montagna di Parnaso si biforca in due cime che nella tradizione classica sono chiamate Cirra ed Elicona, rispettivamente sacre ad Apollo la prima, e alle Muse la seconda.

 

Che volesse quindi far riferimento nella sua ambientazione a una montagna con due cime è certo!

Ma qui ecco che entra in gioco la parola “giogo” come propria di questa porzione di appennino, perché è lo stesso Dante che come ho già scritto qui sopra, la cita con questo significato di pertinenza geografica fra le due cime notevoli di questo territorio, “intra Tevero e Arno” dove appunto in mezzo vi corre la Giogana, e se la tesi che avesse voluto riferirsi al corridoio del Gran Giogo, identificando il poeta con il termine amendue una pluralità di soggetti, trovasse qui un’altra rispondenza affermativa?

Cioè nel fatto che ci stia dicendo che i soggetti sono due, cioè due entità, potrebbe volerci dire che visto che si sta parlando di una montagna fatta di due cime, in una lettura che prenda le parole come collegate fra loro, la parola “giogo” di Parnaso starebbe a significare quella pertinenza che vada dal Falterona al Fumaiolo, che appunto comprende in sè il Gran Giogo...

 

Un’immagine ispiratrice il poeta che richiamasse proprio il Gran Giogo, fra le due cime, quella del Falterona e quella del Fumaiolo in parallelo alla tradizione classica, ponendo quella similitudine fra astratto e concreto che aveva posto espressamente lui stesso con quella sovrapposizione fra il Flegetonte e l’Acquacheta.

 

Un cammino quindi dedicato proprio alla purificazione e ascesi, ricalcando nei medesimi luoghi quello intrapreso da Dante stesso nella prima ora del suo esilio in questa terra.

 

Attenzione allora anche alla collocazione dei canti, sì perché se la mia intuizione fosse giusta, è probabile che ci possa essere congruità con il concetto stesso di geografia, anche nell’arrangiamento dei canti lì dove questi siano stati posizionati…

 

Ora citerò i canti dove la parola “giogo” è presente, e gli intervalli che li separano l’uno dall’altro:

 

Canto 27                     intervallo fra il canto 27 inf e 5 purg             =13

Canto 5                       intervallo fra il canto 5 purg e 12 purg          =7

Canto 12                     intervallo fra il canto 12 purg e 1 parad        =22

Canto 1                       intervallo fra il canto 1 parad e 11 parad       =10

Canto 11                     intervallo fra il canto 11 parad e 27 inf         =48

 

Tutti questi canti sono concentrati nella Divina Commedia in posizione centrale, che va dalla fine dell’Inferno canto 27, fino al primo terzo del Paradiso canto 11, quindi in un intervallo che conta 52 canti; infatti se calcolo i canti che intercorrono dal 12esimo del Paradiso fino al 26esimo dell’Inferno, che sono quei canti in cui la parola giogo non compare, risultano essere 48.

Quindi l’opera è divisa quasi specularmente per numerosità di canti, fra la sezione che contiene la parola“giogo”, e quella che non.

Osservando ancor meglio la distribuzione di questo termine si nota che divide in tre porzioni l’opera, una iniziale, e una finale, che sono quelle non contenenti questa parola “giogo”, e in mezzo la sezione contenente la parola interessata che compone una striscia di canti mediani; come fosse intenzione del poeta creare questo ricalco simbolico del concetto che volevasi esprimere con questa parola per mezzo del suo alloggiamento, che ricorda proprio una passerella in mezzo all’opera, come a simboleggiare ciò che accade in cima alla cresta appenninica fra la parte romagnola e quella toscana, veicolando così il messaggio del sentiero appunto, il “giogo”, dando in questa maniera forma al simbolo che prende dimensione, e si sostanzia quindi, proprio in questa costruzione allegorico-numerica, di un ricalco a questo territorio, al di qua e al di là del Giogo, tra Feltro (padre) e Feltro (figlio).

 

E anche considerando il numero 52 che sono i canti in cui la parola Giogo compare, vedo che è la parte più Grande rispetto alla porzione in cui questo termine non è contenuto, formato di 48 canti.

Quindi anche come rimarco al concetto del Gran Giogo vedo che la porzione in cui la parola è presente è più Grande di quella dove non c’è; ricalcando nelle fattezze dell’opera le caratteristiche del nome Gran Giogo.

 

Di questo postulato se ne trova uno specchio perfetto nel De Vulgari Eloquenzia, nel libro primo capitolo 11 quanto Dante descrive entrambe queste volgate al di qua e al di là del Gran Giogo:

 

E assieme a questi buttiamo via tutte le parlate montanare e campagnole, come quelle dei Casentinesi e degli abitanti di Fratta, che col loro accento aberrante da tutte le regole suonano in modo da far a pugni col linguaggio di chi abita nel centro delle città.

 

come abitanti della Fratta sono considerati, dalla critica dantesca ortodossa in riferimento a questo passo, gli abitanti di quello che è oggi il paese omonimo in provincia di Forlì, Fratta Terme, ma io non credo sia la giusta interpretazione, perché forse Dante stava indirizzando il suo ragionamento più verosimilmente a coloro che abitavano nei dintorni del monte della Fratta, che rimane in appennino nel versante romagnolo fra Corniolo e Premilcuore; quindi rimanendo vicino alla pertinenza montana che lui prende a tema nella sua disquisizione; in quanto invece Fratta Terme è situata molto più a valle uscendo quindi dal contesto montano come lui aveva postulato all’inizio di frase.

 

Questo distretto urbanizzato a ridosso del monte della Fratta era un abitato di altura, nel fianco romagnolo, che rimane separato dai cugini Casentinesi per mezzo del monte Falterona che segna il punto più alto, quindi lo spartiacque fra tutte queste popolazioni, che sono montanare e contadine, come Dante le aveva apostrofate.

Quindi nell’analisi fatta da me questa ipotesi di Fratta come il Monte della Fratta è più stringente nei termini con le volgate montanare che rispetto alla possibilità che si parlasse di Fratta Terme, e questo ci farebbe propendere per un individuazione come distretto caratterial-territoriale insistente intorno al Falterona, dando rilevanza a questa porzione di altura come distretto a sé stante.

 

Quindi le due zone noi vediamo come siano speculari, divise da un corridoio che separa queste due entità geografiche, al di qua e al di là della cresta appenninica, che va dal monte Falterona, proprio inserito sulla cresta d’appennino, fino quasi al Fumaiolo, che si trova di poco decentrato rispetto alla dorsale appenninica, il Gran Giogo appunto, che vi corre potremmo dire pressappoco in corrispondenza di queste due cime. Come fosse esattamente un simbolo del concetto che voleva esprimersi, sia nella Commedia che ancor prima nel De Vulgari Eloquentia, veicolando messaggi che andavano rintracciati e messi in risalto nel loro farsi eco fra queste due opere, che tramite la parola “giogo” nella Divina Commedia ci da delle coordinate, prima palesi, poi sempre più ricercate, poi ce ne descrive il rimando al significato tramite l’uso della matematica, che è il linguaggio astratto per eccellenza, che ci rimanda proprio al carattere suo geografico tramite l’immagine di proporzioni che nell’opera ne emerge.

 

Il poeta a mio avviso tramite la parola e la matematica; due linguaggi che insieme descrivono il topos dell’opera, il Logos: Pensiero che si tramuta in vibrazione, che insieme producono il Suono della Parola; che all’interno dell’opera delinea una mappa, un luogo geografico, che lui stesso ha vissuto per poi far tornare in terra ciò che si era cristallizzato come astrazione nella sua mente; costituiscono la possibilità che veramente Dante abbia ideato l’esperienza del Cammino per te oggi, se la accogli come tale.

 

E se ora si realizzasse veramente la sua volontà tu ora nel ricalco delle sue tracce metteresti in essere un ricongiungimento con il proposito del poeta che deriva da più di 700 anni fa, e che era descritto in quelle laconiche terzine che parlano di un veltro, un cane da caccia, che per sua natura  va dietro le tracce della preda e la scova; trattandosi di un testo poetico, e volendo accostare i due concetti insieme, se ne evince che in effetti la deduzione di una mappa della Commedia sia almeno da prendere in considerazione.

 

Con te allora prenderebbe vita vera solo ora, nella tua consapevolezza nell’esperienza di questo cammino, il proposito del poeta che aveva caricato nell’opera. Quindi i due tempi, il tuo nella fruizione di questa esperienza, e quello di Dante nello scrivere l’opera, sono figli dello steso intento.

Ecco allora come la dimensione del Tempo si rivelerebbe per quello che non è. Di certo non è una dimensione di separazione, infatti ora tu  e il poeta stareste ricalcandovi nei passi, e anche nelle volontà, ponendo un momento di ricongiungimento che va oltre il  quotidiano percepire lo scorrere lineare della tempo, e che getta profondità infinita alle Intenzioni come ponte per tornare alla sorgente.

 

Se la mia ipotesi si dimostrasse vera allora ora mentre cammini saresti con lui nei suoi desideri che sono diventati realtà concreta.

Quindi di quella speranza certa che Dante descrive nella sua opera sapeva che sarebbe arrivata al termine voluto!

E allora l’opera va  letta dall’oggi nel “futuro”, al “passato” a ritroso, mentre il poeta la scriveva per arrivare a te, ricongiungendoti a Lui in quell’istante.

 

Quindi il proposito, un proposito di Amore, si concretizza come matrice che contempla tutti i tempi dell’opera.

 

E se leggo il De Vulgari Eloquentia parla proprio della lingua volgare innalzandola a rango nobile  idonea a essere utilizzata per tutte le dissertazioni in quanto emanazione del linguaggio materno,  quindi carico di amore; e nell’intento del poeta nella Commedia si rintraccia la stessa matrice amorevole, che ti farebbe procedere in questo cammino a un gradiente più elevato di consapevolezza, rispetto alla lettura dell’opera senza questa chiave di lettura geografica; perché ti farebbe essere ancora più vicina allo scopo per cui nasceva l’opera.

 

Quindi diventa possibile credere che Dante abbia realmente potuto pensare a questo evento che si verificasse con te oggi?

 

Cercando di rispondere a questo interrogativo riprendiamo lo studio su cosa di interessante c’è nell’opera che potrebbe aiutarmi a validare questa mia ipotesi.

 

Altra peculiarità presente nel canto 22 del Purgatorio al verso 98, sta nel fatto che venga citato Plauto, un poeta drammaturgo che diventò molto famoso presso Roma nel 200 circa a.C., (Titus Maccius Plautus; Sarsina, tra il 255 e il 250 a.C. – 184 a.C). Costui era originario di Sarsina, e al tempo del poeta sarsinate questa era un’importante città umbra, popolata quindi da uno di quei popoli pre-romani presenti in suolo italico.

Oggi questo abitato è un grazioso e importante paese di collina lambito, oggi come allora, dal fiume Savio.

 

dimmi dov’è Terrenzio nostro antico,

Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

dimmi se son dannati, e in qual vico».

 

Sulla concreta paternità delle opere di Plauto c'era una grande confusione all’epoca di Varro; Lucio Vario Rufo (70 a.C. – 19 a.C.), amico e contemporaneo di Virgilio; perché allora ne giravano tante di opere attribuite al poeta drammaturgo Plauto, che però sue non erano, in quanto gli altri scrittori usavano il suo nome sperando di poter rendere famose le proprie opere falsificandone la paternità e attribuendola al sarsinate.

Il momento rilevante nella trasmissione della raccolta dell'opera plautina fu segnata, giust’appunto, dall'intervento del grammatico Varro, il quale nel De comoediis Plautinis, ritagliò nell'imponente corpus, un certo numero di commedie (ventuno, quelle giunte sino a noi), sulla cui paternità di Plauto c'era generale consenso.

Nel medioevo, all’epoca di Dante però, era totalmente sconosciuto Plauto, era stato dimenticato, per tornare in auge solo nell’età rinascimentale, e quindi potrebbe essere pensabile che il sommo poeta avesse aggiunto Plauto nella sua Commedia come semina di indizi, citandolo non certo per solleticare l’uditorio a lui contemporaneo, che non avrebbe colto il riferimento, ma invece come vera e propria traccia nella sua peculiarità.

 

Di qui, da questo canto il 22 del Purgatorio, ne nasce un concatenamento logico simbolico con il canto 20 dell’inferno e il canto del Limbo il 4 dell’inferno, infatti in questo canto, il 22 del Purgatorio, Stazio chiede a Virgilio dove si trovano alcuni poeti latini fra cui appunto anche Plauto e Varro, e Virgilio gli risponde che sono nel limbo con lui medesimo, e fin qui tutto bene; ma poi Virgilio prosegue dicendo che nel limbo vi è collocata anche la figlia di Tiresia, Manto; ma questo è un errore, grossolano per giunta, fatto da Dante, che in realtà l’aveva collocata nel canto 20 dell’inferno, dedicandogli ben 16 terzine; quindi è più plausibile che ci stia segnalando un sentiero da percorrere nell’opera, più che un errore fatto per distrazione o dimenticanza.

Forse sarebbe bene considerarli un concatenamento di un indizi, in ragione del fatto che la Divina Commedia si potrebbe considerare una mappa di se stessa, in quanto essendoci un significato sommerso da portare a galla, e questo lo sappiamo perchè ce lo dice il poeta stesso nella frase “sotto il velame de li versi strani”, a me parrebbe sensato ragionare in questi termini; così il canto 20 dell’Inferno, in cui vengono puniti i maghi e gli indovini, che sono condannati ad avere la testa girata all’indietro per la legge del contrappasso dato che in vita hanno voluto guardare troppo avanti, nel futuro; viene qui a crearsi questa situazione di alterità fra te che leggi e il contenuto dell’opera nei suoi simboli, perché a questo punto questa situazione letterale fungerebbe come presagio del collegamento che qui viene a esplicitarsi fra questi canti, dato che è come se Dante ci dicesse che una volta arrivati nella lettura al canto 22 del Purgatorio di tornare indietro e guardare al canto 20 dell’inferno, e ancora di lì continuare a guardare indietro fino al canto del Limbo… in quanto ora in questa operazione di ricollegamento stiamo tornando in effetti indietro nella lettura degli stessi, volgendo simbolicamente il capo indietro.

Quindi allegoricamente starebbe il poeta parlando direttamente a noi in questa forma di letteratura parlante direzionata verso il lettore nella fruizione dell’opera, per mezzo di questa chiave geografica che nella sua simbologia ti porta dentro alla Commedia, in questa esperienza sospesa fra reale e ideale per mezzo di questi indizi disseminati fra i canti che richiamano la tua attenzione, quasi a monito di una maggiore concentrazione, come a dirti fai attenzione a cosa vi è qui che merita la tua riflessione lettore.

 

Allora proviamo ad assecondare questa mia ipotesi e analizzare il canto 20 dell’inferno se per caso ci fosse qualche elemento afferente a questo mio territorio…

 

In questo canto viene raccontata ampiamente la storia della maga Manto, di cui Virgilio spiega le vicissitudini, collegate alla leggenda dell’origine della città da cui lui stesso proveniva, Mantova, quindi secondo me riporta a se stesso il ragionamento di questi collegamenti fra i canti, essendo lui originario di quella città, Mantova; ma ricordo anche che nell’opera il poeta fiorentino epiteta la sua prima guida come Savio duca, che sta a simboleggiare secondo la mia ipotesi questo mio territorio nel fiume che appunto si chiama Savio, infatti usa questo termine simboleggiando la saggezza nei suoi connotati ideali, ma la usa anche appunto nei suoi connotati territoriali, infatti il fiume Savio passa proprio da Sarsina, il paese natio di Plauto; che era stato recensito da Varro amico di Virgilio….e che non era per nulla conosciuto all’epoca di Dante dai suoi contemporanei, ma che ugualmente viene citato all’interno della Commedia.

 

Quindi ecco come questi 3 canti sono fra loro collegati, dando risolvimento di se stessi se li si prende congiuntamente, cioè capendone il nesso si volge in effetti lo sguardo indietro, una volta arrivata al 22 del Purgatorio, si torna a riguardare il 20 dell’Inferno, e di lì il 4 dell’Inferno il canto del Limbo, diventando l’opera attiva nella sua fruizione, viva ora che tu la stai leggendo nei suoi simboli che parlano direttamente a te, e di te, perchè ti stanno facendoti capire che sei sul sentiero giusto, hai indovinato, infatti siamo proprio nel canto degli indovini, in cui tramite la figura del savio Virgilio, che è colui che parla e che sostanzia questo pseudo errore, e quindi ti rimanda concretamente, visto il luogo dove sei ora, nel medesimo territorio a vivere la stessa esperienza; ti fa vivere il ricalco dell’opera indovinando il nesso e guardando indietro nella Commedia per mezzo della chiave di lettura geografica che unisce questi canti ai personaggi in essa contenuti.

Quindi potremmo dire che tu entri nella Commedia non solo come lettrice, ma come personaggio vivo. Quindi come se la Commedia diventasse  una “vera Commedia”, e questo territorio il teatro della rappresentazione dell’opera.

 

Quindi Dante provvederebbe a fare del tuo presente un simbolo, un’allegoria che ti serva a fruire dell’insegnamento di questo sapere per mezzo del Savio duca; tanto più che Plauto si considera il primo grande autore del teatro latino con le sue commedie; e allora ecco che un Dante potrebbe aver  fatto riferimento a questo poeta sarsinate nella sua citazione sovrapposta a quella di Virgilio per addizionare i due generi alla sua opera; il genere del  poema epico preso da Virgilio, e il genere della commedia presa da Plauto.

 

Se questo mio postulato di matrice territoriale dell’opera fosse da ritenersi plausibile ecco che Reale e Immaginario qui si fonderebbero, e il tempo collasserebbe, sì perché ora tu prenderesti coscienza del fatto che il contenuto sia anche il contenitore al tempo stesso, e inizieresti a percepire di essere tu l’elemento attivo e passivo contemporaneamente, presagendo che il campo di manifestazione degli eventi che avvengono nella tua vita sia tu stessa; senza te infatti la tua esperienza della vita non potrebbe esistere; come a dire che sarebbe impossibile per la “Vita” fare l’esperienza della vita stessa se non tramite te.

Un’allegoria che Dante voleva farti percepire facendoti arrivare alla deduzione che tu ti confermeresti il mezzo di coscienza a supporto della manifestazione dell’Essere. Quindi senza tempo.

 

E sempre nel proseguo della confutazione degli indizi presenti nell’opera, secondo la mia ipotesi troverebbe anche spiegazione quella bizzarra terzina nel canto 14 del Purgatorio al verso 16, che parla del fiume Arno come non più lungo di cento miglia, quando invece è lungo 241 km, oggi, ma allora, all’epoca di Dante era ancora più lungo, quindi la metà di più di quella misura che il poeta ci aveva dato, sia che lo si calcoli con le miglia fiorentine (1,70 km), che romane (1,48 km).

 

Anche qui le interpretazioni della critica si dividono e differiscono fra chi legge questa terzina come la leggo io, quindi dove nella misurazione del fiume che non arriva a soddisfare cento miglia si ravvisa essere il fiume più corto di cento miglia, e quindi non soddisfacente la sua lunghezza reale, e chi invece dice che non bastavano cento miglia a soddisfare il suo percorso, quindi con il significato opposto, e cioè che era più lungo di cento miglia.

 

Purgatorio, Canto XIV

 

E io: "Per mezza Toscana si spazia

un fiumicel che nasce in Falterona,

e cento miglia di corso nol sazia..."

 

Il massiccio del Falterona ricordi che ti avevo detto essere costituito da un comprensorio di 2 cime, il monte Falterona e il monte Falco, in cui passa il confine fra Romagna e Toscana… Da sempre quando si parla del monte Falterona lo si comprende nella sua interezza, solo gli autoctoni distinguono fra le due cime, per il resto del mondo questo è il monte Falterona, e da sempre è stato considerato come tale, proprio perché è costituito da solo queste due cime ravvicinatissime fra loro, quindi è sempre stato considerato come uno unico, anche da Dante.

 

La faccia che guarda a Firenze, che include tutta la cima del Falterona e comprende la maggior porzione del massiccio, è oggi di pertinenza toscana; invece l’altra metà è di pertinenza della regione Emilia-Romagna.

Dal declivio che guarda alla Romagna, quindi da monte Falco, nasce oltre al Rabbi anche il fiume Bidente, composto dai suoi tre rami, uno dei quali nasce proprio sotto la cime del Falco/Falterona che si chiama ramo delle Celle, prende il suo nome dal fatto che lì vi era ubicato un monastero costituito dalle celle dei monaci. Questo fiume sfocia nel mare Adriatico, con un corso di una lunghezza complessiva non superiore alle cento miglia, 135 km.

In epoca romana questo fiume veniva anche chiamato Acqueductus, perché era il fiume nei pressi del quale era stato costruito un acquedotto dall’imperatore Traiano dal quale si abbeverava Ravenna a cavallo fra il I sec. e il II sec. d.C, poi ristrutturato dal re Teodorico, V VI sec d.C.

 

Anche il fiume Rabbi ha una delle sue sorgenti che nasce sotto il monte Falco/Falterona, e a un certo punto del suo tragitto confluisce nel fiume Montone presso Forlì, e poi una volta uniti insieme questi due fiumi in uno unico defluiscono nel Mare Adriatico per una lunghezza complessiva di 90 km, quindi anche questi hanno una lunghezza inferiore alle cento miglia.

 

Al giorno d’oggi, dopo aver passato Ravenna, il Montone-Rabbi si unisce al Bidente, che intanto ha cambiato nome in Ronco all’altezza di Meldola, e tutti e tre insieme formano un fiume unico che si chiama per l’appunto Fiumi Uniti, ma all’epoca di Dante erano uniti solo il Montone con il Rabbi, che lambivano la città di Ravenna a nord, mentre il Bidente/Ronco lambiva la città a sud; quindi la città di Ravenna fungeva da giunzione in cui le acque di questi contribuivano ad allagarla nel tempo delle fiumane e a mantenerla in uno stato di impaludamento perenne.

 

Secondo la mia ipotesi nel versante romagnolo la zona appenninica da dove prendono origine il Montone con l’Acquacheta con anche gli altri suoi affluenti, e il Savio, che è il fiume subito contiguo al Bidente, sono i due margini che identificano la striscia di territorio dove Dante ha gravitato per molto tempo del suo esilio, quindi nella zona che va circa dal monte Falterona al monte Fumaiolo, Intra Tevero e Arno, restando in questa fascia di altura fra Romagna e Toscana in cresta d’appennino, vicino al Gran Giogo, oscillando fra i due versanti, volendone quindi dare testimonianza nella sua opera tramite tutte le citazioni che vi sono riportate.

 

Ma del resto pensa, se tu non potessi rientrare nella tua città dove ci sono i tuoi affetti e la tua dimensione identitaria, specialmente in quell’epoca in cui si era profondamente legati alla propria città perché fuori da essa non si avevano diritti o quasi, espulso in maniera repentina e traumatica, dove hai lasciato tutto, figli, moglie, prospettive di un futuro, i luoghi della tua vita passata, dove ci sono tutti i tuoi ricordi, dove vorresti tornare ma non ti è consentito, pena la morte, vorresti almeno poterla vedere e restarne in contatto di informazioni nella speranza di un colpo di mano e quindi del rientro in patria?!..

Tu che dici?

A me sembrerebbe una teoria plausibile, del dove e perché Dante avesse scelto questa terra come simbolo del suo esilio.

Oltre che vero luogo dove ristette nella prima ora del suo confino.

E volendocene dare dei riferimenti che fossero traducibili solo una volta raffrontati a questa terra, così da ricalcare le orme del poeta proprio come un segugio ricostruendo il suo proposito, crea l’opera in maniera che si caratterizzi di questo intento salvifico in maniera attiva, facendolo diventare il contenitore di attivazione per un moto di consapevolezza.

 

Agognando Dante di rientrare in patria si nascose presso i frati Camaldolesi e quelli della Verna, quelli di Sant’Ellero, e quelli benedettini di San Benedetto in Alpe, e altri ancora, e anche presso i signori locali buon Lizio da Valbona, e presso i conti Guidi; tutti luoghi sicuri perché lontani da occhi fiorentini indiscreti, nel più totale silenzio e riparo di queste montagne, che orograficamente si prestano benissimo come nascondiglio perchè costituite da valli strette, lunghe, e separate l’una dall’altra da monti e monticini che erano attraversabili a piedi in un giorno di cammino e anche meno, che caratterizzano questi paesini come luoghi a se stanti l’uno dall’altro separati da questi rilievi, in cui il poeta riusciva a camuffarsi e a scomparire agli occhi dei più, anche se in realtà rimase vicino alla sua città visivamente e in quanto ad informazioni, per merito di quei funzionari fidati del OPA di cui almeno nel primo periodo del suo esilio si avvalse, perché nel momento della nascita di quest’organo in Firenze nel consiglio dei cento vi era proprio Dante, che ne avvallò la costituzione.

 

E potrebbe essere stato il poeta stesso a testimoniarcelo, nel rebus che disloca fra due parti separate dell’opera, ma messe in relazione tramite una parola, che come Dante spesso fa nella sua Commedia, rimanda al significato di una terzina tramite indizi che si trovano in un altra terzina di un altro canto.

A proposito del monte Falterona lui ne parla così:

Canto 14 purgatorio verso 16

 

Per mezza Toscana si spazia

un fiumicel che nasce in Falterona,

e cento miglia di corso nol sazia.

………

ché dal principio suo, ov' è sì pregno

l'alpestro monte ond' è tronco Peloro,

che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,

 

tronco Peloro; parla qui di Peloro che è una zona della Sicilia, la quale si trova nel punto più a nord dell’isola vicino al “continente”.

 

In un altro canto riporta per la seconda e ultima volta la parola Peloro, accostata a Pachino, che è una città sempre siciliana, ma nella parte più a sud dell’isola, il canto in questione è il canto 8 del Paradiso verso 67

 

E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo

che riceve da Euro maggior briga

 

se guardo nella cartina geografica fra Pachino e Peloro c’è l’Etna, e se leggo a rovescio la parola Etna viene fuori ANTE, e nel canto 14 del Purgatorio dice “tronco Peoloro”, e non a caso secondo me, perché vien fuori dalla ricostruzione dei vari tasselli di questo puzzle che vado ora a illustrarti, che Dante qui potrebbe essersi firmato nella sua volontà di voler essere desunto in questa particolare area geografica.

 

Io ritengo significare quel “tronco” come troncamento, cioè come ci stesse dicendo che nella parola successiva è stata applicata l’apocope; (in linguistica, l'apocope, detta anche troncamento, indica la caduta di un fono o di una sillaba nella parte finale di parola); e che quindi per capirne il senso vada fatta l’operazione inversa.

Infatti aggiungendo la lettera mancante, che io reputo essere la lettera D, l’iniziale del poeta, si vede che esce fuori il nome dello stesso, proprio in rapporto al monte Falterona… Un’altra situazione possibile grammaticale che collima se si considera la chiave interpretativa geografica che io prospetto, con questo territorio, che mette insieme vari gradi di lettura in una ricomposizione dei tasselli che sono stati  sapientemente disseminati nei due canti perché si decifrasse la sua volontà di legare l’opera a questa terra che lo ha ispirato. Come a dire, “se vincerò la crudeltà che fuor mi serra sarà per azione vivificante della parola, quindi per meriti da poeta”.

 

Cioè Dante afferma che con quel: che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno, segno come cima,  stando nella descrizione riferendosi al Falterona, potrebbe intendere che non vi si è mai allontanato molto “idealmente”; e cioè che da quel rilievo montuoso da cui era possibile mettere in atto un ricongiungimento almeno visivo, non si è mai scostato nella descrizione dell’opera, identificando la patria della Commedia, dove il veltro, quell’essere idoneo a catturare quella bestia che nel De Vulgari Eloquentia ci dice voler irretire con i suoi lacci, il Linguaggio, riuscirà nella Commedia a catturare trovando le tracce disseminate dal poeta nell’opera.

Quindi questa terzina assume un significato particolare in rapporto a questo territorio come territorio dell’opera.

 

E che questa terra sia stata il momento della presa di coscienza da parte del poeta della sua disfatta, lo sappiamo da documenti esistenti che ci descrivono l’accordo con la parte prima avversa, i ghibellini, proprio nella zona vicino al Falterona, quest’ accordo poi svanito nella sua efficacia segna la dissoluzione delle speranze del poeta di rientrare in patria una volta per tutte, imprimendogli in questa terra il momento dove concretizza la sua disfatta politica e personale, da dove quindi inizia simbolicamente il suo cammino di Rinascita, perché dopo la morte può esserci solo la vita; infatti fa coincidere l’inizio del cammino nel periodo Pasquale, proprio in coincidenza con la Resurrezione di Cristo, quindi simbolicamente è per lui il momento della sua Rinascita che in questi luoghi avviene.

 

Questa zona storicamente parlando, fu il ricovero anche in tempi più recenti di altri fuggiaschi, proprio in ragione della sua aspra orografia e confine geografico fra regioni:

Fu ricovero di banditi e di furfanti fuoriusciti dal Gran Ducato di Toscana e dello Stato Pontificio, di cui viene registrata la presenza nei documenti in questa particolare fascia appenninica dalla fine del Quattrocento fino all’Unità d’Italia.

 

Fu scenario anche della Linea Gotica nella seconda guerra mondiale, linea del fronte delle forze Alleate contro i tedeschi.

 

Così nominata Linea Gotica per via delle guerre fra i Goti e i Bizantini, quindi terreno di scontro anche in tempi molto antichi.

 

E sempre tornando a ragionare di Dante in queste terre, qui in questi luoghi potè nelle biblioteche dei monasteri ampliare i suoi studi, e tenuto in considerazione anche il fatto che allora negli scriptorium erano presenti i primissimi occhiali, che allora solo in queste officine della cultura si trovavano perché molto costosi, per un Dante con problemi di vista; lo sappiamo perché ce lo racconta lui stesso nel Convivio quando ci parla di un indebolimento degli «spiriti visivi»; intento a scrivere un’opera come la Divina Commedia queste strumentazioni e ambienti, una biblioteca già molto fornita, quella Camaldolese per esempio, e gli occhiali presenti in alcuni di questi monasteri, gli sarebbero risultati molto utili; e il fatto che in questo territorio trovò entrambi, oltre che ricovero  e protezione, avendolo accolto nella prima ora del suo esilio, e che poi  anche in seguito lo ha visto ospite dei conti Guidi, lo avrà ovviamente proiettato nel voler imprimere una patria all’atto di nascita della Commedia, perché lì si concretizzava negli intenti per cui nasceva.

 

Altrimenti pensare come un fuggiasco sempre in condizioni precarie, sia riuscito a trovare la giusta concentrazione per scrivere un’opera come la Divina Commedia di vertiginosa complessità, non si capirebbe se non si prendesse in considerazione l’idea che abbia avuto appoggi solidi, anche di ordine economico, presso un qualche potentato, una casata nobile per esempio; che a fronte della sua matrice geografica inscritta nell’opera potrebbe aver deciso, per redimere le anime dei componenti della propria famiglia, come simbolo della devozione loro in Dio, di sovvenzionare le spese del poeta.

 

Questo territorio potrebbe veramente essere stato quel luogo dove trovò il poeta una dimensione di pace e serenità, seppur in animo affranto per la sventura che gli accadde, così da permettergli di concentrarsi e scrivere; e quali luoghi migliori per concentrarsi che i monasteri, proprio a contatto con quella selva oscura che tanto ricorda nella Commedia, dove trova sviluppo, fino a diventare una foresta divina e viva, anche in senso proprio geografico (poi vedremo)… in quei luoghi di pura ascesi spirituale, di pace interiore e calma, dove la sua condizione da esule riuscì a trasformarsi nel massimo vantaggio, verticalizzando l’esperienza del suo esilio direzionandola verso l’alto.

 

Nel canto 23 dell’inferno il canto degli ipocriti, Dante probabilmente racconta in maniera autobiografica di un altro indizio di sé nel suo esilio, quando si identifica come somigliante a un frate minore all’inizio del canto.

 

Taciti, soli, sanza compagnia

n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,

come frati minor vanno per via

 

Secondo il mio punto di vista riferisce a sé stesso e a Virgilio questo connotato perché noi potessimo instradarci verso l’interpretazione autobiografica in rapporto all’esperienza del poeta del suo esilio, proprio perché in questo canto in cui racconta la pena che gli ipocriti scontavano, per cui dovevano indossare una cappa di piombo simile a un saio da monaco, e con questa camminarci appesantiti dal gran fardello, Dante fa riferimento a sé stesso in rapporto al suo stato d’animo; parla infatti di pesanti cappe simili a quelle dei monaci ma fatte di piombo e ricoperte d’oro, quindi si capisce che la situazione doveva pesargli molto, proprio in ragione del fatto che, poeticamente parlando, racconta di un’ipotesi da ricostruire geografica in cui si camuffa lui stesso per sfuggire ai rivali che lo avrebbero catturato e messo a morte se lo avessero riconosciuto.

Indossando il saio quindi ci parla dell’ordine dei francescani che a La Verna  trova il luogo di apicale riconoscimento, in quanto è qui che il Santo Francesco ricevette le stimmate “che le sue membra due anni portarno”, descrivendone quale che fosse il peso che sentiva nell’animo dovendosi comportare come un ipocrita, dovendo dimostrare quindi lui stesso un’identità che non fosse la propria.

 

Con la similitudine con i frati minori è il poeta che ci dà ancora dei riferimenti geografici, che non si rendevano necessari per il racconto in sé della cantica.

Perché dover specificare a quale ordine gli sembrava di assomigliare?

Forse proprio perché ci voleva dire qualcosa…

Appunto che le sue vicende personali descritte nella Commedia erano in rapporto in qualche misura a quest’ordine?

 

Indizi geografici che continuano a rimandare a una stessa striscia di terra… e se si considera che Dante dice espressamente che annotò quello che vide: “o mente che scrivesti ciò ch’io vidi", allora trovano spiegazione un buon numero di coincidenze che combaciano con questo territorio a cavallo dell’appennino, zona che Dante ebbe modo di conoscere a menadito.

 

Una parte della critica dantesca considera il Veltro Dante stesso, e in effetti qui troverebbe appagamento questa ipotesi, in quanto è il poeta il messaggero del costrutto ideal-geografico su cui far avvenire questo avvenimento: “Il cammino della Divina Commedia”, in cui si risolverebbe l’opera e darebbe prova di cosa significa Speranza certa nell’Amore, di quale potenza abbiano questi sentimenti che informano il Logos in un campo di possibilità che nel mondo fenomenico si verificherebbe; e che quindi anche letteralmente con l’idea del Veltro, il cane da caccia che scova la preda in un territorio, troverebbe un ancoraggio.

 

Ora analizzando altri connotati della Commedia da altri punti di vista vediamo che Dante riprende Platone citando espressamente il Timeo, che è il dialogo platonico che maggiormente ha influito sulla filosofia cristiana, nel Medioevo, oltre al pensiero aristotelico; dove ci viene spiegato di questo mito del demiurgo che crea dal mondo delle idee questo mondo di materia, quindi le idee sono la condizione senza la quale sarebbe impossibile creare il nostro mondo sensibile secondo Platone.

Questo filoso greco a sua volta riprende Pitagora nell’importanza della matematica come principio da cui si informa tutto questo nostro mondo materico; e da questo ne scaturisce che nell’opera del sommo poeta vi è un rimando a un impianto linguistico che lega e articola questa dialettica fra la Parola e la Matematica, che insieme descrivono i concetti sottesi.

 

La Stella a 5 punte per gli Egizi raffigurava il Sole, Horus, nato da Iside e Osiride. Di seguito fu usata da Pitagora per dimostrare il segmento aureo. In linea generale il pitagorismo è sinonimo di scienza dei numeri. Numeri che sono le idee archetipiche e i modelli geometrici d’ogni forma in manifestazione.

 

Potrebbe trovare la sua spiegazione, alla fine di tutte e tre le cantiche, la citazione alle stelle, in riferimento all’insegnamento pitagorico:

 

Ultimo verso cantica Inferno:

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 

Ultimo verso cantica Purgatorio:

puro e disposto a salire alle stelle.

 

Ultimo verso cantica Paradiso:

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

 

Voglio dire che Virgilio inizia a essere denominato come savio dal canto 4 dell’Inferno; e in numerologia il 4 è il numero che rappresenta la manifestazione, la materializzazione.

Se prendiamo per buona la mia ipotesi che nella Divina Commedia di Dante Alighieri nulla è a caso, e che fossero importanti per lui i numeri tanto quanto le parole, allora capiamo perché Virgilio abbia iniziato a chiamarsi Savio dal canto numero 4 allegoricamente, come a presagio il fatto che il Savio duca fosse predestinato a concretizzarsi fenomenicamente, quindi a realizzarsi nel mondo materiale, quando in esso sarebbe stata rintracciata la sua matrice geografica.

 

Nel canto 1 dell’inferno verso 79 quando Dante riconosce Virgilio come lo chiama?..

Quale frase in primis usa per introdurcelo?..

Vediamolo insieme..

 

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

 

Non credo che ci sia troppo da argomentare, lui l’aveva scritto a chiare lettere quali connotati aveva attribuito alla sua guida, infatti per introdurcelo usa le parole: savio duca, e fonte come fiume di parole… allora qui si intravede una matrice ancora mai considerata dell’opera, ma tanto plausibile, proprio in ragione del fatto che ottempererebbe in maniera fattiva al motivo per cui è stata scritta, essendo anche una mappa, che come “ultima volontà” pone le fondamenta per un’azione concreta volta al raggiungimento dell’obbiettivo che Dante si era prefissato nella sua opera, aiutare il genere umano in termini reali, identificando una terra dove abbia luogo questo cammino vero, verso la conoscenza di se stessi, per dare una risposta concreta al mondo corrotto e incline al male di cui si trovò lui stesso a farne le spese in prima persona, e per cui si era prefissato per le future generazioni “che questo tempo chiameranno antico”, un’azione risolutiva negli intenti:

 

Canto 26 paradiso verso 52:

 

Non fu latente la santa intenzione

de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi

dove volea menar mia professione.

 

canto 25 paradiso prima terzina:

 

Se mai continga che 'l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

si che m’ha fatto per più anni macro,

 

vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov' io dormi' agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

 

Canto 17 del paradiso al verso 118:

 

e s’io al vero son timido amico,

temo di perder viver tra coloro

che questo tempo chiameranno antico»

 

Quindi la mia ipotesi che fosse sua volontà aiutare il genere umano attivamente, arrivando a concepire un vero Cammino in terra, tracciandone i confini, per circostanziarlo e quindi far vivere la stessa esperienza, per arrivare a ritrovarsi in una comunione di intenti con il poeta, per un’elevazione spirituale che si canalizzasse nella sintesi fra questi due momenti, la stesura dell’opera e la sua lettura geografica, ha la sua ragion d’essere specialmente se si pensa proprio che

 Dante sarebbe esso stesso da ritenersi il veltro, in quanto architetta tutto questo nella sua matrice letterale che cripta nei suoi connotati geografici questa terra, che quindi ti porta a fare questa esperienza trascendente perché è con te, in questa comunanza e sovrapposizione in tempi “diversi” che si riscontra la verità dell’opera, quindi tu ora sei qui chiamata dal poeta e in questa relazione fatta di tre entità, Tu Lui e questo Territorio, in un tempo non tempo, in cui si risolve e suggella l’idea concretizzata dal poeta di portarti insieme a Lui a vivere il suo presente che oggi è anche il tuo, in uno schiacciamento del Tempo e in una unificazione di intenti, in cui vi è il ricongiungimento fra voi nella natura polytempo di questo evento che ti ricongiungi in spirito a Beatrice, che è realmente esistita, e qui forse vi furono i suoi antenati; quindi potrebbe veramente aver esaltato la figura della sua amata, riconducendo te qui al cospetto del pellegrino Dante, elevando il tuo in questa funzione, onorando la sua promessa come aveva detto che avrebbe fatto nella Vita Nova: “Sì che, se piacere sarà di colui di cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna.” Prendendoti per trasportarti in questa sua esperienza in cui assurgi alla consapevolezza che tu stessa sei la porta di elevazione, come fu Beatrice per Dante, così ora a parti inverse sei trascinata da Dante in questo viaggio ultramondano.

 

Pensa a quale funzione la poesia sarebbe chiamata a svolgere negli animi delle persone, se veramente questo fosse stato l’intento per cui nacque.

 

Per me la vera poesia è qualcosa che davvero serve a cambiare il pensiero delle cose nel mondo, quindi uno strumento idoneo a far cambiare punto di vista, e Dante in effetti si era prefissato di fare proprio questo nella sua opera, aiutando l’umana gente nel suo cammino di purificazione per riconoscersi e direzionarsi verso l’alto.

Potrebbe aver raggiunto il suo scopo quindi?!..

Questo sarai solo tu a decretarlo!!

 

E se ancora mi vorrai seguire in questo mio ragionamento sul territorio ti dirò de l’altre cose ch’i v’ho scorte.

 

Nel Paradiso canto 1, verso 70 Dante ci descrive il punto in cui sei ora:

 

Trasumanar significar per verba

non si poria; però l’essemplo basti

a cui esperienza grazia serba.

 

Quindi ora che sei nella possibilità di scegliere, in base alle informazioni che ti sono pervenute,  sei Trasumanata; perché in te è avvenuto un cambio alchemico dato dalla  consapevolezza delle dinamiche che avvengono grazie alle parole così potenti che piegano a sua intenzione gli eventi; come Dante che andava verso la conoscenza della verità di se stesso, così anche tu ora stai andando verso la comprensione della vera “matera” di te, quindi ti accingi a salire alle stelle.

 

Note:   1 Frammenti di un insegnamento sconosciuto di Ouspenskij Astrolabio

 

 

Consiglio la visione di questi video

 

 

  La Giogana: il crinale tra Toscana e Romagna

 

  Opera di Santa Maria del Fiore 1296

 

  Fiumi romagnoli

 

  Le cascate dell'Acquacheta nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi

 

  Cos'è per te il silenzio? (concerto del silenzio)

 

  Voci dalla Val Montone - Trailer (doc.2013)

 

  Igor Sibaldi - La parola

 

  La Semantica - Philippe Daverio

 

  Suono e Comunicazione

 

  Cimática - Placa Chladni

 

  La Coscienza dell'Acqua - Esperimenti di MASARU EMOTO

 

  LA COSCIENZA QUANTICA

 

  Che cosa vuoi davvero?

 

  Giusta intensità

 

  Patrizio Paoletti: l'arte della comunicazione

 

 


« giorno precedente   giorno successivo »