Giorno 7

Partiamo da San Benedetto in Alpe, che come abbiamo visto descrive come caratteristica distintiva del proprio toponimo il Suono, arrivando alla nostra tappa di oggi in Pianetto, passando prima per le frazioni di Cornieta e Camposonaldo.

 

Ti accorgerai passando tutte e tre queste frazioncine, che sono piccole e deliziose.

 

Il toponimo Cornieta è enunciante la sua vocazione, infatti in questa località vi è presente un osservatorio di stelle di un astrofilo locale, che nelle serate più adatte per condizioni climatiche entra in contatto visivo con il cielo osservandolo. Avviene allora una vera comunicazione con le stelle e i pianeti, perchè se pur enormemente lontani, ed enormemente grandi rispetto l’osservatore, questi corpi celesti propagano le loro vibrazioni, onde elettromagnetiche, verso il nostro mondo che le riceve, trasferendo informazioni da loro verso noi.

 

Questi corpi celesti sono entità generative di onde/vibrazioni proprio come te, che emani un tuo particolare campo elettromagnetico nello spazio a te circostante.

 

Quindi qui in questo toponimo si viene a esplicitare il parallelo fra te che sei l’entità generativa di vibrazioni qui in questa terra, e le stelle e i pianeti che vibrano nel cosmo, ponendovi sullo stesso piano ma a grandezze diverse, mettendovi con questo paragone in rapporto di comunicazione.

 

Nello specifico di questo nostro cammino arrivate a questo punto, prendiamo in considerazione solo uno dei cinque sensi, dopo lo studio del Suono, ora ci focalizzeremo sulla vista; in quanto dai nostri bulbi oculari, che sono gli organi di senso dell'apparato visivo, che hanno il compito di ricavare informazioni sull'ambiente circostante attraverso la luce, arrivano le immagini captate, che attraversando la cornea vengono messe a fuoco insieme con il cristallino, nella retina della camera posteriore dell’occhio.

Quindi è anche grazie alla cornea che si rende possibile l’atto della vista, e in questo toponimo “Cornieta” vi è racchiusa perciò l’azione che ho appena esplicitato dell’osservare i corpi celesti.

 

Possiamo dire allora che da questo luogo, e per mezzo dei nostri occhi, entriamo in comunicazione visiva con questi corpi celesti, che grazie allo strumento ottico di indagine del cielo più antico che noi possediamo che è il telescopio, tramite il suo principio di funzionamento che per mezzo delle lenti di cui è provvisto possiamo dire essere il medesimo che sfrutta anche il nostro occhio, noi percepiamo questi corpi celesti ingranditi e questo ce li fa percepire come più prossimi a noi.

 

Infatti il toponimo Cornieta in se contiene le parole significanti CORNea pIanETA, quindi sta a significare l’azione congiunta di osservare il pianeta, nella sua dimensione terrestre, e i corpi celesti nel cosmo, tramite i nostri occhi fatti di quella lente che si chiama appunto Cornea.

 

Una località a questa immediatamente vicina per significato e anche in contiguità territoriale, è la frazione di Camposonaldo.

 

Questo secondo toponimo afferisce al suono, riporta quindi il discorso al prodromo affrontato da noi nel giorno di ieri che abbiamo evidenziato nel carattere della valle del Montone, dandone qui un approfondimento, essendo costituito dalle parole CAMPO, SONAgLio e SuonanDO, che significano rispettivamente:

Campo, quello spazio concreto in cui avvengono scambi di informazioni.

Sonaglio, nomina te in maniera simbolica connotandoti nei tuoi attributi come tu fossi lo strumento musicale omonimo.

E Suonando, che fa riferimento alla coniugazione del verbo suonare al tempo gerundio presente, in quanto sta a indicarti proprio il fatto che tu questo processo lo stia affrontando ora, nel tempo del presente.

 

In questa coniugazione del verbo che ricalca questa dimensione di presenza a te stessa mentre sta avvenendo, viene rimarcato il tuo stato attuale di consapevolezza, in quanto hai appreso di essere sia lo strumento che emette le vibrazioni, il Sonaglio, e sia colei che sta suonando perché decide di mettere in essere questo comportamento, indicando nel nome la descrizione che ci pone a paragone con le stelle e i pianeti, in quanto presi assieme questi due luoghi, Cornieta e Camposonaldo, ci descrivono un unico rimando allo stesso codice linguistico, le vibrazioni, dato che anche i corpi celesti che sono entità generative di onde elettromagnetiche, come noi, usano lo stesso nostro codice comunicativo.

 

Infatti abbiamo detto che anche noi creiamo campi energeticamente orientati, sia che noi ne siamo consapevoli oppure no; e grazie a tecnologie moderne che trasformano le onde di questi astri da onde elettromagnetiche non udibili dal nostro orecchio nello scontro con il campo magnetico terrestre, in suono per noi percepibile, possiamo sentirne il rumore.

Quindi noi oggi entriamo in relazione con questi corpi celesti a un livello di conoscenza più profondo, riuscendo ad arricchirne la nostra fruizione di connotati aggiuntivi, impossibili prima da captare, che grazie a queste tecnologie che oltre a renderci possibile l’osservazione con il telescopio, ne rendono possibile oggi anche l’ascolto grazie a strumentazioni che riescono a traslare la natura da un’onda a un'altra, mantenendone i rapporti fra esse.

Questo significa che riusciamo a farli più nostri introiettandoli dentro noi in una maniera inedita fino ad ora, che ci permette di ascoltarli oltre che vederli.

 

Ecco quindi che vedere e sentire qui sono due modalità di fruire dello stesso evento.

 

Ed è proprio qui infatti che Cornieta entra concettualmente, oltre che per contiguità territoriale, in relazione a Camposonaldo, per via della trasposizione da luce a suono nella comunicazione che dall’esterno della terra arriva all’interno di noi, sia sotto forma luminosa che acustica.

 

Questo ci porta a capire che in realtà noi siamo un tutt’uno con il cosmo perché ne facciamo parte, e nello scambio di informazioni che avviene tramite la relazione di comunicazione, in quanto noi siamo esseri capaci di ricevere le informazioni provenienti da esso, c’è un riplasmare il ricevente nella comprensione dell’emissario, questo avviene in continuazione e in tempo reale, quindi nella comunicazione c’è un atto generativo continuo dato dall’interscambio permanente fra le parti, che riplasma gli agenti facenti parte, e insieme quindi anche il contesto.

 

Quindi, in ultima analisi, la comunicazione è generativa!

 

La comunicazione genera la scelta fra le possibili.

 

Noi siamo entità che fanno comunicazione continuativamente caricandola delle nostre intenzioni, e tutto comunica con noi, facendo sì che noi si plasmi il contesto, e che vicendevolmente il contesto modifichi noi.

Quindi, è importante essere consapevoli di questa situazione, perché, che noi si sappia oppure no, noi siamo efficaci generatori di possibili verità che si materializzano, quindi conviene prenderne atto e iniziare a decidere cosa si vuole concretizzare.

 

Ecco che si sostanzia il concetto del tutto è uno, tutto è una relazione che informa i soggetti e il campo, quindi non c’è qualcosa di oggettivo in assoluto, di separato e distaccato, ma c’è interazione continua fra i soggetti animati e non, che crea uno scenario fra i possibili nel momento medesimo in cui avviene lo scambio, quindi è per mezzo dell’intenzione comunicativa, che nel momento presente in cui questa avviene, fa sì che collassi una realtà possibile piuttosto che un’altra, e poi con il rafforzamento del campo ad opera del verbo questa si fortifica in noi e nel campo intorno, ecco spiegato perché è importante parlarsi bene, perché noi stiamo creando la nostra realtà mentre la esprimiamo.

 

Quindi i pianeti e le stelle ci trasmettono da sempre il loro messaggio vibrazionale e visivo, in una comunicazione che solo apparentemente è a senso unico.

 

Ecco quindi che in queste località, a Cornieta e a Camposonaldo, si sostanzia la consapevolezza di cosa è comunicazione: è un atto di interscambio di informazioni fra due o più entità, che avviene sempre, ma se noi non siamo consapevoli di quale impatto noi si abbia nel ricevente, non riusciremo ad ottenere il massimo risultato, diversamente avverrà se invece diventiamo consapevoli di cosa è comunicazione, e di quale impatto questa ha nel tutto della relazione.

 

Quindi ora oltre che avere una conoscenza teorica che ci informa sull’esistenza dell’Universo, ci relazioniamo a queste entità celesti mettendo un’intenzione nella comunicazione con loro, perchè nella presa di coscienza di possedere lo stesso codice comunicativo, le vibrazioni elettromagnetiche, abbiamo già modificato la nostra relazione con il Tutto, perché questo nostro nuovo stato dell’essere coincide con una riflessione sulla conoscenza di cosa è “l’intenzione”, che si estrinseca nella volontà di essere attivi nella comunicazione. Quindi nella presa di coscienza di questa nozione stiamo già modificando la nostra interazione, portandola a un gradino superiore di consapevolezza.

E non fosse per altro sarebbe già questo un accrescimento enorme del nostro ruolo in relazione al cosmo, perché sapendo cosa significa comunicazione, sappiamo che il nostro interlocutore è a noi congiunto.

 

Infatti nel toponimo di Camposonaldo viene rimarcata concettualmente l’afferenza al suono nel tempo del presente; cioè il nome ti sta facendo da specchio in questo preciso istante nella tua esperienza di questo cammino, perché rileva il tempo in cui questa avviene, nel presente appunto; e mentre lo stai percorrendo diffondi le tue intenzioni in questo campo di interazione, che si sovrascrive a questo territorio, quindi stai diffondendo le tue vibrazioni come tu fossi uno strumento musicale in esso, depositandovi il tuo messaggio vibrazionale.

Allora se ne evince che decidendo dove indirizzare i tuoi pensieri incidi profondamente in questo luogo, caricandolo della tua volontà, allenandoti così a fare attenzione, e quindi a usare un Logos idoneo piuttosto che altrimenti, allo sviluppo delle tue capacità e dei tuoi talenti.

 

All’interno del nostro apparato fonatorio noi possediamo proprio uno strumento musicale, le corde vocali, che sono dei veri strumenti vibranti, e quando queste vengono messe in azione, come un sonaglio che essendo stato scosso emette suono, così tu emetti vibrazioni che si trasformano in suono per fare comunicazione con gli altri tramite la tua voce.

Questo significa che sei capace di generare vibrazioni meccaniche sonore scaturenti dalla tua volontà, in parte influenzata per osmosi con l’ambiente nelle tue emozioni.

Ecco allora che tramite la tua voce emessa o a volte più opportunamente omessa, quando è più utile tacere dato il contesto; sei in grado di orientare l’ambiente.

 

Quindi, in questo momento stai suonando il tuo strumento fisico, emozionale, e psichico, che è tutto concentrato nel tuo corpo, per produrre un overtone armonico* di cambiamento che si libera nell’aria per andare a informare il resto del mondo, vicino e lontano, in quanto stai sprigionando nella noosfera* la tua essenza di cambiamento con queste vibrazioni orientate che nella loro manifestazione diventano sonore, ma in origine sono elettromagnetiche perché onde di pensiero.

 

*overtone armonico è sinonimo di ipertoni: sono le componenti di un suono complesso dotate di una frequenza superiore a quella della fondamentale. Se le frequenze degli ipertoni sono multipli interi della frequenza della fondamentale, essi si dicono armoniche. In particolare, gli ipertoni si presentano negli strumenti a corda, nei fiati e nella voce umana.

 

*noosfera indica la "sfera del pensiero umano" e deriva dall'unione della parola greca νος, nous, che significa "mente", e della parola italiana sfera, in analogia con i termini "atmosfera" e "biosfera".

 

Per Pierre Teilhard de Chardin, la noosfera è una specie di “coscienza collettiva” degli esseri umani che scaturisce dall'interazione fra le menti umane.

La noosfera si è sviluppata con l'organizzazione e l'interazione degli esseri umani a mano a mano che essi hanno popolato la Terra.

Più l'umanità si organizza in forma di reti sociali complesse, più la noosfera acquisisce consapevolezza.

Questa è un'estensione della Legge di complessità e coscienza di Teilhard, legge che descrive la natura dell'evoluzione dell'Universo.

Pierre Teilhard de Chardin sostenne inoltre, che la noosfera sta espandendosi verso una crescente integrazione e unificazione che culminerà in quello che egli definisce Punto Omega, che costituisce il fine della storia.(1)

 

Ecco come il toponimo entra in relazione al discorso sviluppato fino ad ora in questo cammino, perchè Camposonaldo sta a significare che sei entrata in relazione con il messaggio che il territorio aveva criptato in se, e ti sei messa a vibrare per risonanza con esso, perché come un legno che dopo un lungo tempo in immersione in acqua si imbeve del liquido trattenendolo nelle sue fibre, così tu a contatto con questa natura con lei sei entrata in armonia.

Ed ora però, e qui si inserisce l’azione della tua volontà, ora che sai, puoi decidere consapevolmente a cosa associarti, quali pensieri coltivare in te e quali scacciare, decidendo quindi di vibrare a determinati Hz, quindi di fungere da amplificatore per un tuo Logos efficace e utile per te, entrando in risonanza con questo o quello stato emotivo.

 

Infatti a Camposonaldo prestando particolare attenzione si avvertono delle onde di energia armonizzatrice, che rispecchiano perfettamente il significato che è presente nel toponimo, che entra in collegamento con i nostri diversi, e più profondi, livelli di comprensione.

 

Proseguendo arriviamo quindi a Pianetto che è un piccolissimo e antichissimo abitato, le cui origini risalgono sin dalla preistoria con le primissime civiltà del rame e del bronzo qui insediatesi di cui sono stati rinvenuti dei reperti, poi tracce di insediamenti umbri, seguirono quelli romani, infine i goti, per arrivare quindi al medioevo, e ai giorni nostri dove sono riaffiorati gli splendori dei fasti delle antiche città, grazie agli scavi archeologici degli ultimi vent’anni che hanno perimetrato tutto il sottosuolo.

 

Il nome oggi di questa frazione, Pianetto, era completamente diverso ai tempi del suo massimo splendore, umbro prima e romano poi, che era Mevaniola; ed è chiaro che in questo mondo materialistico le spiegazioni ai nomi sono riconducibili in prima battuta a motivazioni di natura fenomenica, Pianetto infatti potrebbe derivare da pianoro, in quanto sorge in un terreno pianeggiante; ma il vero rimando va cercato in verità più sottili, e vorrei far presente che tutti i nomi attuali riscontrati fino ad ora sono tutti consequenziali e concatenati per senso logico progressivo, che in questo territorio si presentano siffatti; tant’è vero che nel toponimo odierno vi è una conoscenza che ora farai tua di cui hai già iniziato a fruirne, e che fa proprio riferimento a dei simboli presenti nel luogo che entrano in relazione al discorso intrapreso fino ad ora.

 

Pianetto è il collegamento che mette in relazione il macrocosmo con il microcosmo, e tu sei il perno in cui si concretizza questa consapevolezza, perchè fungi da giunzione fra questi universi, uno immensamente grande e l’altro immensamente piccolo, tu stai al centro e fai da ricevitore e da trasmettitore per l’uno e per l’altro.

Infatti nel suo significato Pianetto si scompone in due ordini di grandezza diversi, uno sull’ordine di grandezza macroscopica: PIANETa abitaTO, che sta a indicare la nostra Terra e per estensione anche gli altri astri del cielo; e l’altro sull’ordine di grandezza microscopica: PIANo dell’ottETTO, con il termine piano si intende l’orbitale degli elettroni di un atomo nella legge dell’ottetto che vado a spiegarti.

Quest’ultimo significato che fa riferimento al mondo microscopico, ci spiega cosa avviene nella legge dell’ottetto, che è la legge per la quale quando l’ultimo orbitale dell’atomo ha una configurazione a 8 elettroni, quindi è pieno, l’atomo in questione quindi tende a non reagire con gli altri atomi circostanti, come avviene per i gas nobili, ad esempio il neon, o lo xeno.

 

In una sovrapposizione perfetta di lettere che indicano la stessa parola, in Pianetto vi è contenuto il significato dicotomico che si riferisce alle scale di manifestazione in questo universo che prende noi come osservatori, esaminando gli elementi di cui si compone; prima macroscopici, gli astri e in particolare la nostra Terra che è il pianeta abitato che ci contiene; e poi gli elementi di cui noi siamo composti, quindi si scende nella scala microscopica, con le molecole e quindi in ultima analisi gli atomi con i suoi elettroni.

 

In queste scale diverse noi siamo gli osservatori, noi esseri umani siamo il fulcro, il centro da cui osserviamo il resto, sia nell’micro che nel macro cosmo.

 

Quindi siamo il centro, ma nel rimanere al centro ci rendiamo conto che noi osserviamo dal Nostro punto di vista, e che quindi di Realtà ce n’è tanta di più; cioè se noi siamo gli osservatori, noi osserviamo cosa è intorno a noi captabile, quindi noi siamo un possibile punto di vista, ma non l’unico. Questo ci riporta al discorso del possibile mutamento biochimico e energetico nel mondo microscopico e macroscopico, riuscendo a informare il campo tutto intorno e dentro noi con i nostri pensieri, tramite quindi il nostro Logos; perché le realtà ultra sottili della psiche che si sono appena iniziate a svelare nella nuova scienza, la fisica quantistica, sono di fondamento per questo mondo fenomenico, anche nelle scale a grandezze macroscopiche. (4a)

 

In connessione alla conoscenza intrisa in Pianetto, va tenuto conto del fatto che è stato ristrutturato qui di recente un antichissimo lavatoio ancora funzionante.

L’elemento acqua in questo cammino continua ad affiorare.. ci hai fatto caso?

Impugna un metro e inizia a prendere le misure di questo lavatoio.

Ti ricordi i solidi platonici? E’ proprio costruita tutta con proporzioni auree in solidi platonici, nella proporzione del Phi che è la costante di manifestazione della creazione, riconducendoci all’antica sapienza che tutti noi siamo figli di una stessa madre, Madre Terra, che osserva determinate leggi.

Qui se ne evince, in questo edificio, questo rapporto matematico riprodotto nella sua architettura, a testimonianza di un sapere che andava tramandato ai posteri, come si soleva fare in antichità per veicolare messaggi che diversamente non sarebbero potuti arrivare fino a noi, li rappresentavano, in opere murarie o anche di altro genere, e lasciavano che fossero riscoperti nel loro significato quando riemergeva uno stato di consapevolezza che lo permettesse.

 

Questa costruzione che non a caso è qui ubicata, proprio perché rimane nella stessa valle di Santa Sophia, la valle del fiume Bidente, è esemplificativa del significato del luogo, perché ci dice che noi ci comportiamo, quando pratichiamo la legge del Phi, che altro non è che la costante matematica delle proporzioni nella biosfera, e anche in tutti gli altri sistemi di manifestazione del cosmo: litosfera, e anche in scale superiori, quindi cosmiche; in un parallelo come gli atomi quando sono pieni nel loro livello orbitale più esterno, che assolvono alla legge dell’ottetto, quindi non essendo più nel bisogno di possedere altri elettroni provenienti da altri atomi, sono in equilibrio; quindi si comportano come gli esseri umani quando cercano la pace per loro stessi, grazie al Logos che usano se idoneo in tal senso, trovando l’armonia interiore.

 

Infatti gli elettroni sappiamo comportarsi anche come frequenze vibratorie, quindi energia, oltre che come materia corpuscolare; e il suono sappiamo essere energia in quanto costituito nella sua natura di onde. Ne consegue che il Verbo completa l’equilibrio della materia, quindi la orienta e plasma ancor prima che questa si materializzi, ancora fin tanto che è energia; anche se in rapporto alla fenomenologia di questo territorio avviene il contrario apparentemente, infatti dall’ubicazione di Pianetto in questa valle del Bidente, la valle in cui defluisce questo fiume, e il quale fiume dalla propria conformazione prende il nome, riscontriamo organicità fra questo territorio e la sua semantica, che in sé contiene la sua natura duale proprio in ragione del significato del toponimo Pianetto in connessione all’idronimo Bidente (Bi-dente), che sta anch’esso a indicare una biforcazione, quindi i due nomi si amplificano nel senso di dualità; e anche se sembrerebbe che i nomi di queste situazioni geografiche prendano origine da un bisogno degli abitanti di descriverle, io sostengo invece che prima vi sia una nota, un suono, che informa queste regioni geografiche, che si conformano a questo dettame sonoro, che in sé possiede un messaggio che si trasmuta in fenomenologia della materia, che poi viene sancito nel nome che gli abitanti gli conferiscono.

 

Dalla radiazione cosmica di fondo, che è una radiazione di onde elettromagnetiche, per la precisione di  microonde, molto omogenea e trasversale che ci perviene da ogni direzione dell’Universo percepibile in forma sonora come una piccola parte di quel fruscio di fondo quando si accende una comune radiolina, che deriva dal lontano passato 13,7 mld di anni fa, dopo appena 380mila anni dalla deflagrazione del Big Bang; ci vengono veicolate informazioni su quel periodo di poco successivo la genesi dell’Universo, trasmettendoci gli input ivi contenuti che noi riceviamo continuamente, e che in parte abbiamo già iniziato a capire, come per esempio il fatto che vi dovessero essere delle fluttuazioni di pressione che hanno innescato il meccanismo della concentrazione dei gas primordiali per effetto della gravità, ed sarebbe stato questo a indurre la nascita delle galassie e di tutti i corpi celesti.

 

La radiazione cosmica di fondo quindi è una radiazione che in sé porta il suo messaggio di inizio dell’Universo, e questo suono, o comunque radiazione elettromagnetica, ha delle caratteristiche sue proprie, che meglio vanno indagate, che sono un’espressione di quel primo inizio, quindi in cui vi è connaturato quell’imprinting primordiale, tant’è appunto che da allora tutti i corpi celesti si sono venuti a creare, e il suono con la metamorfizzazione in materia di questi corpi celesti che derivano proprio da quel momento coincidente con la radiazione cosmica di fondo, potrebbero essere in stato di interferenza, perché in questo suono potrebbe esserci parte di quella energia oscura, costituente in gran parte il nostro Universo, di cui ancora non sappiamo quasi nulla, che però potrebbe inficiare in una certa misura sulla materia barionica.

 

Osseviamo un 5% di materia barionica, abbiamo capito l’esistenza di materia oscura e energia oscura da osservazioni indirette, si stima un 27% di materia oscura e un 68% di energia oscura, che noi non siamo in grado di rilevare direttamente.

 

 

Cit. anonima:

 

Trasporre le teorie e il loro formalismo d’origine, la matematica, fino al paese delle Parole è un trasloco tanto delicato quanto essenziale, delicato perché i concetti della fisica sono ancora più fragili della porcellana, essenziale perché questa operazione è una sfida di ordine etico (e forse però anche sostanziale), dal momento che il nostro modo di dire le cose determina il nostro modo di pensarle, se le diciamo male, le penseremo male.

 

Quindi in questa terra delle idee ne fai pratica estrapolando simboli dal territorio che fissano in te queste nozioni, e quindi ne ricavi una consapevolezza maggiore perché questo cammino che veicola questi concetti viene assimilato da te come esperienza di vita vissuta, quindi nella carne; e intendo dire che tu percorrendo questa terra intrisa di idee che ti vengono somministrate trovandole scritte a lettere maiuscole nei cartelli dei luoghi dei paesi in questione, che riportano nel loro nome la caratterizzazione propria in cui nella loro simbologia si riallacciano alla territorialità della Divina Commedia, ti vanno a gettare luce su un possibile sviluppo in senso personale nella riscoperta dei tuoi celati talenti.

 

Da notare in tal senso l’ambientazione del canto 16esimo del Purgatorio, in rimando alla mia ipotesi sulla simbologia, in quanto qui dove si parla del libero arbitrio risulta essere una scena ricca di nebbia fumosa perché siamo nella cornice degli iracondi, quindi dove non è possibile vederci per la fitta nebbia che aleggia in questa zona, proprio in rimando al peccato che stanno scontando,  non vedendoci più per la rabbia, quindi con un riferimento allegorico diretto al senso della vista, lasciando invece come unico senso fruibile l’udito; e questa non è una cosa trascurabile, in quanto in questo canto in cui si sta parlando del libero arbitrio appunto, il senso a cui viene data maggior rilevanza è proprio l’ascolto, della Parola, del Verbo, idoneo a ricevere il parlato dell’interlocutore; quindi contro l’ira sembra proprio che anche secondo  il poeta sia lenitiva la Comunicazione.

Quindi si sta dando intrinsecamente valore al Verbo e all’Ascolto.

 

Tornando a parlare di idrografia vediamo che oggi i tre fiumi, Montone, Rabbi e Bidente, sono uno unico quando sfociano in mare, ma allora, al tempo di Dante, andavano disperdendosi nella pianura ravennate.

il Bidente con il Montone lambivano la città di Ravenna, il primo a Sud, e il secondo a Nord, e prima all’altezza di Forlì quest’ultimo raccoglieva come immissario il fiume Rabbi.

Quindi l’immagine idrografica dei tre fiumi che si raccoglievano in un punto solo, che si potrebbero quindi considerare un unico fiume incidente con la città di Ravenna alla sua foce, ha la sua ragion d’essere nella presa visione della progressione nel loro corso; partendo dalla similitudine del fiume infernale che ha posto il poeta nella sua opera.

 

Del canto 14 del Purgatorio, dove parla del monte Falterona da cui nasce l’Arno, scrive che cento miglia di corso nol sazia; ma noi sappiamo che è molto più lungo di cento miglia, infatti risulta essere oggi 241 km, ma ai tempi di Dante lo era ancora maggiormente, dato che allora era lungo più di 300 km con approssimazione per difetto, poi accorciato in pieno Cinquecento all’epoca di Cosimo I per favorire la navigazione fluviale, eliminando i meandri su progetto di Leonardo da Vinci e anche da molti altri ingegneri del Rinascimento.

 

Quindi provando a rivolgerci verso il versante romagnolo in cima al monte Falterona, quindi posizionandoci nella cima del monte Falco, vediamo che vi è una perfetta rispondenza oltre che per le caratteristiche metriche, anche nella simbologia che il poeta usa per descrivere i caratteri delle città che il fiume attraversa; infatti ci dice che i primi animali simbolici che incontra lungo il suo percorso li paragona a dei suini, dicendo: “che par che Circe li avesse in pastura”, chiamandoli “brutti porci”,  poi incontra dei botoli ringhiosi, poi dei lupi, poi per ultime delle volpi.

 

A me sembra esserci una rispondenza fra questi attributi e i connotati di peculiarità degli insediamenti abitati nel territorio appenninico nel versante romagnolo, infatti il fiume Montone nel suo tragitto attraversa tanti luoghi, uno di questi era l’odierno comune di Dovadola, dove precisamente in un luogo che si chiama Montepaolo, succedeva una cosa molto importante per il cristianesimo.

 

La storia di Montepaolo è indissolubilmente legata a quella di sant'Antonio, che per due volte fu presente in questo luogo.

 

Nel mese di settembre del 1221, padre Antonio raggiunse il piccolo romitorio che era collocato sul fianco della collina di Montepaolo di Dovadola, lato Faenza. Il 30 maggio precedente aveva partecipato ad Assisi al "Capitolo delle stuoie", al quale assistette un numero rilevante di frati (dai 3000 ai 5000), dove si discusse il testo di una Regola da sottoporre alla Curia Romana.

In quella circostanza padre Graziano, che le fonti antoniane qualificano con il titolo di ministro dei frati minori di Romagna, invitò Antonio a raggiungere Montepaolo, dove già risiedeva una piccola comunità di frati. Questa località, dove il futuro santo visse per una quindicina di mesi, fra il 1221 e il settembre 1222, fu la sua prima residenza stabile in Italia.

Quindi la valle del Montone all’altezza di Montepaolo di Dovadola, oggi anche Santuario, fu la prima dimora italiana di Sant'Antonio; che dopo appena un anno e mezzo venne eletto Provinciale delle Romagne, per il suo raffinato e dotto linguaggio. Infatti nel settembre del 1222 Antonio si era messo in evidenza per il suo eloquio in una adunanza dei frati e di altri religiosi che si tenne a Forlì e soprattutto dimostrò una straordinaria bravura di predicatore.

Ben presto la sua popolarità oltrepassò ogni confine ed è curioso evidenziare che durante il resto della sua breve vita (morirà a Padova nel 1231) sia stato conosciuto e famoso in ogni dove come Antonio da Forlì, tanto che nella Cattedrale di Lisbona una lapide lo ricorda proprio con questo appellativo "da Forlì". Mentre a Padova, nella grande Basilica a lui intitolata, attorno alla sua figura e al suo sepolcro, si è sviluppata nel corso dei secoli una devozione profonda. Fin dal giorno dei suoi funerali la tomba di Antonio divenne meta di pellegrinaggi che durarono per giorni. Devoti di ogni condizione sociale sfilavano davanti alla sua tomba toccando il sarcofago e chiedendo miracoli, grazie e guarigioni. Così come avviene ancora oggi.(2)

 

Il santo come simbolo iconografico porta un maiale oltre che un giglio bianco.

Il simbolo del porcellino si diffuse molto probabilmente con gli Ospedalieri laici di Sant’Antonio a partire dal XI secolo e che nel XV divennero ordine canonicale.

Questi curavano i malati di Herpes Zoster, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio, con il grasso di maiale, ecco perché appunto iconograficamente lo si rappresenta con il porcello.

 

La figura di un santo molto importante come sant’Antonio, non può essere trascurata nella sua simbologia in un possibile ricalco geografico scaturente dal monte Falterona nell’opera dantesca, in alternanza alla pista ortodossa interpretativa della Commedia.

 

Ecco come Montepaolo, nella valle del Montone, in connessione al primo carattere elencato nel 14esimo del Purgatorio, nel simbolo del porcello, entra in risonanza con la Commedia.

 

In effetti se i tre fiumi romagnoli Dante li avesse allegoricamente considerati uno unico, che poi defluisce verso il Mar Adriatico unendosi insieme a un certo punto del loro corso, l’origine di questo fiume composto da 3 macro affluenti coinciderebbe con la cima nel monte Falterona, come la cima e sorgente più alta fra tutte, infatti nelle sue scaturigini sia un ramo del Bidente, che anche un ramo del Rabbi nascono da questo monte; quindi potremmo dire di questo “Fiumi Uniti”, così come oggi viene nominato e non a caso, che di questo l’origine coincida con il monte Falterona.

 

E nel 14esimo del Purgatorio Dante continua la sua analisi del fiume Arno nei suoi connotati descriventi gli abitati che incontra nel suo itinere, che ricalca perfettamente l’andamento intervallivo da me prospettato dal punto di vista iconografico in questa ipotesi caratteriale romagnola.

E allora vediamo come procedendo in questo ragionamento trovano riscontro le altre situazioni simboliche.

 

Del connotato descrivente le genti della seconda città che attraversa l’Arno, ci dice che assomigliano a dei botoli ringhiosi.

 

Prendendo per buona la mia ipotesi, se penso al suono che io emetto dicendo Rabbi, e pensando proprio al significato semantico della parola in sé, che sta a indicare nella lingua popolare, il dialetto romagnolo, arrabbiato, pronunciandolo come in origine: Rabbì, con l’accento tonico nell’ultima lettera, anche se oggi lo ha perso; capisco quale significato volesse esprimere questo nome, che fa storicamente riferimento al fatto che nelle varie piene che si susseguirono nel tempo si portò via, distruggendole, case, chiese, e mulini ripetutamente, quindi tutto quello che trovava come costruzioni limitrofe al fiume.

E’ quindi presto detto perché le popolazioni locali lo chiamarono in siffatta maniera; proprio per indicare come questo sembrasse arrabbiato, cioè attribuendogli un carattere antropomorfo che esprimesse il suo andamento turbolento.

 

Un fiume che nell’idea delle persone locali di allora prendeva il nome dal carattere burrascoso che esprimeva, e nel suono di questo si evince esserci questo connotato tramite l’onomatopea di quella R che battendo nel palato ricorda proprio un ringhio di un cane rabbioso “RRRRRR… Rabbi” come botoli ringhiosi… in un Dante linguista potrebbe aver fatto breccia questa peculiarità riportandola nella sua opera in connessione fonetica a questo ragionamento di ordine simbolico dei luoghi da lui citati...

 

Per il terzo connotato caratteriale è da tenere in considerazione il fatto che Dante forse facesse parte dell’ordine Templare, e in tal senso vi è da mettere in evidenza che quando quest’ordine fu sciolto nel 1312, a seguito della bolla "Vox in excelso" del papa Clemente V su pressioni dal re Filippo il Bello, una parte dei templari è probabile che confluirono, quelli che riuscirono a fuggire alle persecuzioni, nell’ordine degli ospedalieri, che fu il primo ordine cavalleresco riconosciuto nella storia, e questo riconoscimento emanò  proprio da Papa Pasquale II, che era originario della val Bidente, in quanto nato nel castello di Bleda nella frazione di Isola nell’odierno comune di Santa Sofia.

 

Quindi Dante di questo Papa che così tanto fece per la storia dell’ordine dei Templari, in quanto ne determinò l’esempio del primo ordine da lui approvato, e che quando fu soppresso quello dei Templari accolse nel primo una parte di essi, potrebbe allora avervi voluto fare riferimento proprio nella simbologia riconducibile a questo Papa, anche in ragione del fatto che il poeta pone rilevanza alla storia cavalleresca dell’antenato Cacciaguida conferendogli quindi un peso particolare, poi dando voce come ultima guida nel suo viaggio ultramondano a San Bernardo, che sostenne fattivamente la nascita dell’ordine dei Templari, mette quei riferimenti possibili incatenati, infatti  l’ordine dei Templari fu proprio attivo quando Cacciaguida andò in crociata, potrebbe quindi sostanziarsi il simbolismo che richiama Papa Pasquale II in quella simbologia del lupo.

 

Questo Papa fu attivo dal 1099 fino al 1118 quando Cacciaguida e San Bernardo erano due giovani  ragazzi, che si trovarono a vivere il pontificato di questo Papa Pasquale II nei suoi connotati di morigeratezza e rigore spirituale, e in cui si formarono quindi le menti loro; quella di San Bernardo sicuramente, ed infatti lo si vede proprio dal fatto che avesse cercato di emulare l’operato di questo Papa nel caldeggiare il secondo ordine cavalleresco con parole enfatiche.

 

Quindi nell’idea di richiamare nel simbolismo la città di Roma, come sede della Chiesa, trova la sua esplicitazione il terzo simbolo dei lupi, come immagine che richiama la lupa e i lupacchiotti simbolo della città eterna.

 

Per inciso l’azione politica di questo Papa fu tutta volta a fortificare una chiesa fragile al suo interno e anche all’esterno, perché pativa ingerenze da parte dell’imperatore che intimava il suo potere nelle gerarchie della Chiesa.

 

Quindi questo Papa resse il soglio pontificio mentre i due, Cacciaguida e San Bernardo, ne assorbirono le mosse, e Dante quindi sceglie di dare voce a questi che vissero in quell’epoca e fra loro contemporanei, per richiamare il pontificato del Papa di quell’allora tempo, tanto che per l’appunto proprio a Cacciaguida Dante fa dire tutto quel discorso sulla morigeratezza di costumi che si perse nel divenire del tempo, e questo per indicare che prima, quindi all’epoca in cui Cacciaguida era giovane, nel tempo di Papa Pasquale II, le cose andavano meglio rispetto all’epoca di Dante.

Tutto questo viene descritto nel 16 del Paradiso.

 

Papa Pasquale II, al secolo Rainerio Raineri nato nel 1050 circa, fu il 160º Papa della Chiesa cattolica dal 1099 fino al 1118 anno della sua morte.

Quindi in sintonia con il terzo connotato simbolico e con il terzo fiume trovo questo personaggio papale che viene introdotto con il simbolo dei lupi a ricordare la sede Papale di Roma.

 

Gli avvenimenti che concernono il Papa e che noi oggi studiamo nei libri di testo di storia vengono riportati nel capitolo intitolato “La Lotta per le Investiture”; e questa fu la contesa fra Impero e Chiesa per le investiture alle cariche feudali dal tempo in cui Ottone I divenne imperatore (e secondo la tradizione ritenuta vera sia da Giovanni Villani che da Scipione Ammirato, la famiglia dei conti Guidi sarebbe arrivata in Italia dalla Germania con Teudelgrimo I, cavaliere al seguito dell'imperatore Ottone I, se non addirittura nipote) (1).

 

Quindi l’idea di una scansione del tempo fra “buono e cattivo” potrebbe non essere solo in memoria dei fatti che successero a Dante nello specifico, ma che volesse appositamente fare riferimento a un periodo di più “solidi valori”, quello di Cacciaguida appunto, intorno agli anni del XII sec, connotandolo come positivo, nell’idea di caricare quel periodo di rilevanza, questo per marcarlo ancora di più con i suoi accadimenti e i suoi personaggi come importanti politicamente e pertinenti alla funzione geografico descrittiva e alla formazione di Dante in ambito politico; ricordo che gli schieramenti dei guelfi e ghibellini derivano la loro origine proprio da questa divisione fra potere papale e imperiale.

 

Allora nell’idea che Dante possa aver fatto riferimento in quel simbolo del lupo a Papa Pasquale II come meritevole di menzione simbolica per il suo operato come pontefice della chiesa, una chiesa “buona”, in questa distinzione fra i tempi, trova avvaloramento, dato che si sta pensando al rovescio della medaglia geografica rispetto al Falterona, in un’immagine che non vuole alterare l’accezione che Dante pone della sua Toscana con il fiume Arno che gli defluisce all’interno, ma invece vuole mettere in evidenza un aspetto ancora mai preso in esame di un’alterità di identità della Commedia che la legge da un punto di vista puramente simbolico e pur esistente.

 

Tornando all’analisi della simbologia delle città che Dante cita nel proseguo del percorso dell’Arno,  ci dice trovare le volpi popolare l’ultima città che il fiume attraversa.

 

Se Dante stesse disegnando una pertinenza raccontandoci nei suoi aspetti salienti queste valli, che percorrono l’appennino romagnolo nel versante opposto a quello toscano facendolo con questi riferimenti simbolici, dovrei trovare una rispondenza anche per l’ultimo animale che viene citato, le volpi, anche se quest’ultimo animale simbolico rispetto alla mia ipotesi di rispondenza idrografica è disgiunto rispetto ai primi tre, in quanto nell’unione a valle nei pressi della città di Ravenna questo non coincide con gli altri tre; ma se osservo bene il corso di quest’ultimo fiume, il Savio, compreso fra i due monti Falterona e Fumaiolo, mi rendo conto che in effetti arriva nei medesimi luoghi dove defluiscono anche gli altri fiumi elencati sopra, semplicemente il suo corso si attesta un po’ più a sud, ma finisce nel medesimo territorio ravennate, quindi non è distante come logica territoriale; e se Dante avesse voluto descrivere una pertinenza lo avrebbe fatto ricalcando il corso dei fiumi che giaciono nel medesimo distretto, descrivendo così un territorio ben circoscritto fra due cime montuose facendocene dedurre nella sua simbologia i riferimenti.

 

Infatti il quarto fiume in rispondenza con l’animale della volpe, sta a indicare simbolicamente il carattere dell’astuzia, potrebbe quindi verosimilmente secondo il mio ragionamento rispondere al fiume Savio, proprio in ragione di quanto nel nome si enuncia, espressione di savietà, quindi scaltrezza, come anche del resto riportato nel bestiario medioevale in cui veniva connotata la volpe  con questi riferimenti di astuzia e furbizia; ecco quindi il Savio che viene espresso nel suo carattere simbolico di astuzia e ingegno nell’immagine della volpe.

 

Si può osservare infatti che la parola volpe torna nel canto 27 dell’inferno, quindi nel canto di Guido da Montefeltro, dove per l’appunto appare il fiume Savio come nome proprio del fiume in questione unicamente questa volta in tutta l’opera, poi appare nel 14 del Purgatorio a cui mi sto per l’appunto riferendo in questa analisi in cui viene citato il Falterona, e poi al 32 del Purgatorio dove siamo come ambientazione nel Paradiso Terrestre, dove sotto il carro della processione di Beatrice  vi si infila una volpe e l’amata di Dante la scaccia, proprio nel frangente in cui scompare Virgilio; quindi l’ambientazione dove la prima guida di Dante, senza accomiatarsi, semplicemente scompare inaspettatamente, mettendo in essere una sottolineatura a questo mio ragionamento di alterità fra fiume reale e la sua simbologia; proprio perché se la mia intuizione fosse da ritenersi corretta si potrebbe dire che Dante sarebbe riuscito a dare l’esempio di quanto asseriva nel De Vulgari Eloquentia; e cioè dell’importanza della lingua come fondamentale, perché è in essa la soluzione all’enigma, l’importanza del Logos come risolutivo a quel nodo che andava sciolto nella Commedia.

Infatti nel De Vulgari Eloquentia è Dante stesso che divide l’Italia in due metà, proprio in coincidenza con questa cresta d’appennino, dove il Tevere e anche il Savio nascono dallo stesso comprensorio montuoso, ma scorrono in direzioni opposte, come del resto avviene anche per i fiumi infernali romagnoli e l’Arno, proprio da questa pertinenza, proprio come accade per i fiumi Lete e Eunoè, … e ricordo anche che è Dante che cita all’inizio della cantina del Purgatorio il Tevere, quindi questa mia ricostruzione geografica parte da ciò che il poeta ci fornisce come indizi nelle sue varie opere, e poi questi stessi trovano prosecuzione in questo territorio da lui ampiamente argomentato nelle medesime.

Vedremo infatti che è lo stesso Dante che ci dice che riconosce il Savio nell’Eden, ma non lo scrive in maniera immediatamente deducibile, anche qui ci dà una serie di rimandi puntuali e precisi che non lasciano molto spazio a titubanze, una volta capito il nesso.

 

Passiamo ora a altri parallelismi che ho rintracciato nel canto 25, 26, e 31 dell’inferno, dove viene citata la figura di Ercole in maniera esplicita.

 

Le colonne d’Ercole per Ulisse e il suo equipaggio sono state il limite che ne determinarono la morte nella Commedia di Dante, un passaggio all’altra dimensione, sarebbe davvero singolare allora se nel mio territorio in relazione all’opera, ci fosse qualcosa di speculare, come se dalla dimensione reale territoriale potessi approdare a quella immateriale letterale, e viceversa.

 

Di rilevante da mettere in luce in tal senso, nel mio territorio in rapporto diretto con la figura di Ercole, vi è un abitato, Cusercoli, che nel nome stesso riporta al significato della figura mitologica greca, infatti deriva dalla contrizione di quello che in origine era il nome più lungo, Chiuse d’Ercole, quindi all’epoca di Dante questo abitato aveva questo nome al quanto significativo per il poeta, e nel nome Chiuse d’Ercole giace questo rimando simbolico a una strettoia, in quanto nell’alveo del fiume in cui defluisce il Bidente vi è una costrizione fatta di grossi massi, una conformazione geologica che suggestionò coloro che vi misero questo nome oggi contratto, di quell’immagine del passaggio fra le colonne d’Ercole.

 

Un castello lì in prossimità di proprietà di un personaggio non indifferente a Dante, che era ancora ben eretto nella sua forza quando il poeta era peregrino per queste montagne, del quale valesse la pena fare una citazione nella sua opera somma, di cui il poeta conosceva bene i fatti dato che per ragioni politiche nella gestione della città di Firenze portarono questo personaggio a essere scelto dal papa Martino IV come Capitano del Popolo della sua città nel marzo 1282, che dal poeta viene descritto come silente e triste nella sua opera, ci dice di lui che rimase vicino alla sua amata mentre lei raccontava per entrambi piangendo le loro vicissitudini amorose, per il dolore che le si rinnovava nel ripensare a quello che ai due accadde… “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria”.

 

Però nonostante questo silenzio Dante riserva a questo personaggio un posto d’onore nella storia d’amore più bella descritta nella Commedia; sto proprio parlando di Paolo Malatesta il bello, che aveva qui il suo castello e la sua contea, chiamata contea di Giaggiolo, proprio sopra Chiuse d’Ercole.

Quindi un personaggio a cui Dante riserva un posto di rilievo nel suo poema e che qui trova la sua ubicazione.

Un personaggio a cui Dante potrebbe, trovatosi in queste terre, aver voluto rendere omaggio, identificandone il territorio a lui appartenuto. Infatti ecco che spunta fuori nel canto di Guido da Montefeltro il 27 dell’inferno, proprio come se stesse parlando di questo territorio, uno strano mix di parole, in rapporto a fatti e personaggi connessi alla famiglia Malatesta.

 

Canto 27 dell’infero al verso 43

 

La terra che fé già la lunga prova

e di Franceschi sanguinoso mucchio,

sotto le branche verdi si ritrova.

 

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,

che fecer di Montagna il mal governo,

là dove soglion fan d’i denti succhio

 

scrive Franceschi intendendo le genti francesi, ma a dir il vero sembra proprio che parli di Francesca in rapporto agli accadimenti della famiglia riminese, in quanto nel nome Francesca/o vi è insita la descrizione al rimando alle genti francesi, che come fu anche per il santo Francesco, che come nome di battesimo aveva Giovanni di Pietro di Bernardone, si rinominò in onore della madre che aveva origini francesi, appunto Francesco.

 

In queste due terzine parla della famiglia Malatesta quando dice ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, è un riferimento che identifica questa casata in maniera univoca.

 

Due versi sotto dove scrive là dove soglion fan d’i denti succhio, con le parole denti (o bidenti o ubbidiente) e succhio si indica la lavorazione del giglio detto giaggiolo in volgare fiorentino, che ha la sua radice pregiata impiegata in cosmetica e profumeria oggi, e in farmacia e rimedi naturali allora.

 

Il giaggiolo, quindi il giglio, è il fiore simbolo di Firenze, che si disegna con le ali stilizzate, ed il colore che in origine era bianco in campo rosso, ma che ha assunto l’aspetto attuale nel 1251, quando i guelfi decisero di invertirne i colori per distinguersi dagli avversari ghibellini, che esiliati dalla città continuavano ad utilizzare lo stemma come proprio.

 

Il giglio viene e veniva chiamato Giaggiolo in volgare fiorentino, perché originariamente produceva un fiore bianco che assomigliava nella forma a un ghiacciolo di ghiaccio, da qui appunto giaggiolo.

 

Dante che era appartenuto alla corporazione degli speziali, quindi sapeva quali erano le fasi di lavorazione di questa radice (rizoma), usa la parola dente con la quale si intende ancora oggi la zappa con cui si lavora la terra per dissotterrare il rizoma pregiato, e con succhio si intende la fase di essiccazione dello stesso, tanto in uso anche allora nelle lavorazioni erboristiche proprio in ragione della sua larga diffusione di consumo; quindi poteva aver citato il Giaggiolo in maniera non diretta con queste parole che lo evocavano, ricomponendo il trittico nella sua interezza, Francesca, Malatesta, e Giaggiolo, identificando quindi una terra precisandola per personaggi e richiami ai nomi dei luoghi a essa connessi.

E il tutto si presenta nel canto di Guido da Montefeltro, il personaggio che palesa espressamente l’interesse a ricordare unicamente la terra di Romagna, e la quale contea di Giaggiolo è ubicata a metà strada fra dove defluisce il Savio e il Bidente, in un promontorio a cavallo fra i due fiumi.

 

Giochi di parole che contengono più contenuti; e a tale proposito nel canto 26 dell’inferno troviamo un Virgilio che dice a Dante che vuole essere Lui stesso a parlare a Ulisse, perché Ulisse era di origine greca, quindi voleva fare lui da tramite perché sarebbe riuscito a comunicare meglio di quanto avrebbe potuto fare il poeta fiorentino.

Sul perché sia necessario che parli Virgilio si sono fatte diverse ipotesi: la più semplice è che i due parlano greco, e Dante non conosce questa lingua a differenza di Virgilio, ma questa ragione non sussiste perché se avessero parlato in greco Dante non avrebbe capito e quindi non avrebbe potuto riferire il contenuto del discorso a noi lettori, nella finzione letterale; inoltre nel canto successivo, il 27 dell’inferno, Guido da Montefeltro dirà di aver sentito parlare Virgilio in dialetto lombardo… ma questa in effetti è una stranezza che lascia interdetti noi lettori, Virgilio che parla con Ulisse in dialetto lombardo?...presupponendo quindi che i due si capissero?!...

Dante qui è come se avesse voluto dirci che c’è un rapporto fra questi due personaggi accomunati dallo stesso contenitore linguistico, che quindi Ulisse riesce a capire solo Virgilio proprio nel dialetto del poeta latino.

Il dialetto è un linguaggio indice di una matrice territoriale.

Si configura perciò una sovrapposizione fra queste figure, e allora vien da chiedersi quali siano queste rispondenze fra le parti?…

 

Io credo che un indizio del genere sia da tenere in considerazione, infatti ecco che Ulisse è per Dante colui che ha oltrepassato il limite invalicabile individuato nelle colonne d’Ercole, macchiandosi così del peccando di superbia, hybris, rispetto a Dio; e in questo territorio, a cavallo fra Savio e Bidente, vi è proprio un luogo in connessione diretta con le Colonne d’Ercole e con quel Paolo il bello, che ha con Francesca oltrepassato il limite in un amore fedifrago.

 

Geograficamente il Montefeltro è quel territorio che si frappone fra la contea di Giaggiolo e il luogo dove trova ubicazione quel castello del “vecchio mastino” Malatesta, che edifica la sua fortezza in Gradara, quindi siamo dalla parte opposta del Montefeltro rispetto al Savio…. Infatti il poeta dice tra feltro e feltro… proprio dove vi sono i confini fra Romagna e Marche, ecco perché è Guido da Montefeltro che si fa portavoce di questa stranezza di Virgilio che parla con Ulisse in dialetto, perché è una consequenzialità di simboli che ricalcano un territorio, secondo la mia ipotesi.

 

Si sta parlando della stessa zona, il Montefeltro, come quella individuata all’interno della Commedia su cui avviene il perno della trasposizione al mondo reale dal mondo letterale, che fosse ben individuabile nei suoi caratteri simbolici che ruotasse intorno al Feltro, delineando una geografia fra Falterona e Fumaiolo, e relative zone vicine, per la quale si individuasse questa matrice metalinguistica con cui il Savio confina a ovest con questa terra, grazie all’orditura di questa concentrazione di richiami geografici che mette in campo il poeta fiorentino.

 

In tal senso al 27 del Purgatorio Dante passa in un cerchio di fuoco che Virgilio lo sprona a oltrepassare; e a una iniziale esitazione di Dante Virgilio gli richiama alla memoria un unico avvenimento fra tutti quelli vissuti fino ad allora, proprio quello di Gerione, chiamato nel 16 dell’Inferno, il canto in cui viene citato il torrente Acquacheta, proprio con quel gesto di gettare disotto nella cascata del Flegetonte la corda che Dante aveva intorno cinta alla vita essendosela prima sciolta; quando anche nel De Vulgari Eloquenza proprio nel 16esimo capitolo del primo libro ci dice essere la pantera (sinonimo di lonza), dalla pelle dipinta, quel animale che paragona al linguaggio volgare aulico che Dante andava cercando, e nel 16esimo dell’inferno della Commedia ci ricorda appunto che avrebbe voluto catturare la pantera con quella corda.

 

Io avea una corda intorno cinta,

e con essa pensai alcuna volta

prender la lonza a la pelle dipinta

 

Canto 17 prima terzina:

 

Ecco la fiera con la coda aguzza

Che passa i monti, e rompe i muri e l’armi!

Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!

 

“Dopo che abbiamo cacciato per monti boscosi e pascoli d'Italia e non abbiamo trovato la pantera che bracchiamo, per poterla scovare proseguiamo la ricerca con mezzi più razionali, sicché, applicandoci con impegno, possiamo irretire totalmente coi nostri lacci la creatura che fa sentire il suo profumo ovunque e non si manifesta in nessun luogo”

 

Quindi in un parallelismo perfetto sia numerologico che anche di bestia evocata e di significato ad esso connesso per caratteri della stessa, che viene descritta in una consequenzialità di canti, in cui il soggetto cambia, ma le citazioni sono troppo ravvicinate per non prendere in esame la possibilità che non volesse significare altro, in cui trova rispondenza questa “rima”, proprio in ragione del fatto che nel De Vulgari Eloquentia sia stata esplicitamente riferita l’immagine di questa pantera di cui sentiva l’odore, e che immaginava Dante di legarla alla corda, al discorso della lingua perfetta che stava cercando, e nella Commedia la sviscera in tutte le sue declinazioni, dall’Inferno fino al Paradiso.

 

Ed ecco allora che torna il mio ragionamento sull’attinenza della Divina Commedia come testo esegetico di se stessa, quindi del Logos in rapporto all’altra opera, il De Vulgari Eloquentia, che in maniera analitica sonda il Linguaggio.

Infatti il momento d’inizio della stesura del De Vulgari Eloquentia con la Divina Commedia è coincidente, ma il De Vulgari Eloquentia viene abbandonato, non finito, mentre la Divina Commedia oltre a essere stata terminata, funge proprio come trampolino di lancio per esaltare questa nuova lingua, quindi i due testi sono per forza strettamente legati insieme sia da un punto di vista del fine, che anche da un punto di vista cronologico, e in effetti è così anche nel loro simbolismo, evidentemente.

Quindi in un moto di specchiamento continuo Dante articola queste sue opere che parlano congiuntamente del vero veicolo di elevatore spirituale, il Linguaggio, il Logos.

 

Così ora sei tu che possiedi questa conoscenza con cui puoi autoanalizzarti nell’uso che ne fai; e rintracciato il vero significato dell’opera, e superando il limite, potresti aver trovato il vero senso del testo che come scopo ultimo ha proprio quello di portarti in alto con il poeta che aveva pensato un contenitore geografico per ritrovarsi con te lettrice nell’intento di comunione, oppure potresti semplicemente essere in una mia iperbole creativa di campanilismo territoriale e tutto si risolverebbe con il tuo esautoramento di questo cammino.

A te la scelta…

 

A decidere sei sempre tu!! Con la tua capacità di scegliere fra le possibilità che ti si prospettano innanzi, tramite il tuo Logos che ora si mette in moto per dare risposta a questa domanda, tu stai ponendo in essere quell’azione propria degli esseri liberi, coloro che scelgono in autonomia; ma quale che sia la risposta, semplicemente ascoltala, ascoltati, perché è proprio questo il fulcro, un’azione che decide di te nel tuo proposito.

 

Altra peculiarità nell’opera che riporta al mio ragionamento di matrice geografica, la trovo nel canto 22 del Paradiso, quando a parlare è San Benedetto da Norcia, il fondatore dei frati benedettini, e ci dice che il comportamento dei frati del suo ordine non è più tanto retto, quindi in una crescente impurezza delle anime simboleggiata dalle cocolle dei frati (le tuniche), che ci dice essere diventate come sacchi pieni di farina ria, cioè che sta andando a male, stanno mutando di colore dal bianco al bruno.

 

I soggetti del ragionamento che articola Dante sono: San Pietro, San Benedetto da Norcia e San Francesco d’Assisi, più avanti cita anche San Romoaldo.

 

Canto paradiso 22 verso 76:

 

Le mura che solieno esser badia

fatte sono spelonche, e le cocolle

sacca son piene di farina ria.

 

…..

 

Pier cominciò sanz’oro e sanz’argento,

e io con orazione e con digiuno, (San Benedetto)

e Francesco umilmente il suo convento;

 

e se guardi ’l principio di ciascuno,

poscia riguardi là dov’è trascorso,

tu vederai del bianco fatto bruno

 

 

Parafrasi ultima terzina:

 

e se tu consideri il principio di ognuno di questi santi e poi osservi come si è evoluta la situazione, vedrai che il bianco è diventato scuro (le cose sono andate di male in peggio).

 

E’ interessante qui mettere in luce che in queste tre terzine vicine ci dice che le tuniche dei frati sono diventate come sacchi pieni di farina andata a male, e poi ci dà una policromia che ce ne descrive le sfumature.

 

Qui, io credo, ci stia parlando dei frati che si trovano dislocati fra Camaldoli (che adottano una regola che origina da quella benedettina) e La Verna (nella figura di San Francesco), in quanto le tuniche di questi monaci mutano proprio da bianche a brune perchè facenti parte, i primi dell’ordine dei benedettini, che indossano delle tuniche totalmente bianche, e i secondi dell’ordine dei francescani che indossano delle tonache brune, in una perfetta rispondenza fra la realtà e la citazione letterale, proprio in rimando ai personaggi citati, infatti viene ricordato San Romoaldo, che fonda l’eremo di Camaldoli, e poi cita sempre all’interno dello stesso canto anche San Francesco, che come è noto a La Verna ricevette le stimmate, e i due luoghi sono molto vicini geograficamente, presenti entrambi in questa fascia appenninica.

Quindi sia nella citazione dei personaggi che per i caratteri che li distinguono nei colori delle loro vesti, si ritrova un’altra concordanza con il territorio che li ha ospitati.

 

Vorrei anche mettere in luce che sempre nel Paradiso, il canto 22 entra in relazione direttamente matematicamente parlando, al canto numero 11, essendo il 22 il doppio dell’11; questa osservazione del numero 11 e dei suoi multipli come rilevanti nella Commedia è stata fatta da Renè Guenon, il fìlosofo mistico francece dell inizio del ‘900, nella sua analisi dell’opera.

 

Bé interessante parallelo numerologico e di caratteri dei canti stessi, se si pensa che i Camaldolesi sono un ordine di origine benedettino, e a La Verna cè il luogo apice in senso mistico dei francescani, dove al 22 del Paradiso cita San Romoaldo e San Francesco, e al 11 del Paradiso cita San Francesco.

 

E’ rilevante anche la figura dell’abete rovesciato, citato nel canto 22 del Purgatorio, in merito al fatto che nel 22 del Paradiso viene citato San Romoaldo, perché anche qui è presente un’allitterazione numerica che mette in collegamento questi vari aspetti e personaggi nei canti con gli aspetti realmente insistenti qui nel territorio che si fanno eco.

 

Da notare che sia nel canto 16 dell’inferno, quello dell’Acquacheta, dove Dante si scioglie quella corda che in vita aveva cinta, e poi all’entrata del Purgatorio, al canto 1, dove Virgilio viene esortato da Catone a cingere Dante con un giunco nella vita, si fa sempre riferimento a una corda, che presumibilmente potrebbe essere quella che i frati francescani portano e che simboleggia tramite i vari nodi che in questa vi sono i voti a cui obbediscono, sostanziando così un’altro richiamo a quest’ordine.

 

Da rilevare anche che tutti i fatti da me esposti, partendo da Plauto, poi subito dopo ”l’errore di Manto”, e poi anche l’abete rovesciato, si sviluppano tutti nel canto 22 del Purgatorio in 14 terzine, in 42 versi, molto fitte sono queste allusioni a questa striscia di terra, forse un po’ troppo se non si considera una possibile matrice geografica come idonea alla lettura dell’opera.

Anche perché al 20 dell’Inferno proprio la descrizione di Manto consta esattamente di 14 terzine e di 42 versi…

 

Del resto è Dante stesso che ci dice che è dal suo maestro Brunetto Latini che ha imparato l’arte di come ci si etterna, cioè che l’opera rimane sempre attuale perché capace di accogliere sempre nuove interpretazioni possibili alla luce delle nuove intuizioni.

 

Prendendo a prestito un’altra suggestione che mi è sorta riguardo alla continua citazione nell’opera di due chiavi, una d’argento e una d’oro, ce né sono un paio davvero singolari.

 

Canto 9 Purgatorio verso 121:

 

Quandunque l’una d’este chiavi falla,

che non si volga dritta per la toppa»,

diss’elli a noi, «non s’apre questa calla.

 

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa

d’arte e d’ingegno avanti che diserri,

perch’ella è quella che ‘l nodo digroppa

 

Parla di un nodo che si digroppa, è la medesima simbologia del canto dell’Acquacheta, ancora questo nodo che ritorna.

In effetti, in queste terzine, cita la parola “calla”, se la mia interpretazione fosse allora corretta, anche qui in presenza di questo simbolo del nodo che si scioglierebbe se si trovasse il significato che lo permettesse, dovrei trovare un indizio rilevante che riconduce alla territorialità di questo luogo.

 

Le parole calla, calle, e callaia, compaiono 13 volte all’interno della Commedia.

 

In questo territorio raggiungendo il monte Falterona si incontra il passo che valica la montagna, che si chiama oggi come allora, Calla, perché deriva dal termine teutonico quindi proveniente dal tedesco antico, “kalla”, conferitogli dai longobardi che stava a significare “conta” o “chiamare”, in quanto negli appezzamenti detti kalla si contavano le pecore, quindi in questo tratto di sentiero che si stringeva a formare una strozzatura, così nominato sin dal VII, VIII sec. d.C. dalle popolazioni longobarde, vi passavano le greggi al pascolo e qui le si contava.

 

Sempre questa medesima zona viene citata al canto 5 del Purgatorio verso 115, quanto recita così:

 

Indi la valle, come ‘l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

 

In questo luogo, proprio vicino alla cima del monte Falterona, per la precisione al passo della Calla, v’è un cippo commemorativo che ne ricorda i versi del 14esimo del Purgatorio, che fanno riferimento inequivocabilmente a questa cima, chiamandola per nome.

 

La Calla è un termine che era già in uso presso questi luoghi per indicare questo specifico passo di montagna quando Dante lo usò in questa terzina, indicandolo solo questa volta nella Commedia con un accezione diversa dalla sua propria; significando in questo contesto, calla come soluzione del problema da trovare, solvimento del nodo, serratura che apriva la porta del Purgatorio, in allegoria al significato di chiave interpretativa dell’opera, mentre invece per le restanti volte usa il termine calla con il senso di un generico passo di montagna; forse proprio perché tanto generico in questo particolare canto non voleva appositamente essere...

 

Proprio a rimarcare una situazione notevole con questo slittamento di significato che funge da grimaldello per aprire al significato dell’opera; infatti nel verso specifico preso in esame “calla” Dante lo usa solo qui con il senso di porta, o serratura della porta, infatti, in questo canto in cui l'angelo dopo aver loro spiegato la funzione delle due chiavi, una gialla e una bianca, che ha ricevuto da San Pietro, apre la porta; proprio a ricalcare l’immagine simbolica della chiave di lettura dell’opera che apre le porte del significato.

 

Canti dove appare la parola “calla, calle callaia”:

 

1 inferno

10 inferno

15 inferno

18 inferno

20 inferno

25 inferno

29 inferno

4 purgatorio

8 purgatorio

9 purgatorio     unica volta con un accezione diversa da sentiero.

14 purgatorio

25 purgatorio

17 paradiso

 

Poi accade sulla soglia della porta del Purgatorio un avvenimento, l’angelo incide sulla fronte del poeta fiorentino sette P, come simbolo dei sette peccati capitali che dovrà espiare in ciascuna delle sette cornici del Purgatorio.

 

Sarà quindi che per aprire quella porta il nesso fosse, oltre ovviamente alle P di Peccato, anche proprio P di Parola? come Verbo, Logos, Lingua? …

 

Dante quindi sapeva benissimo della toponomastica qui presente di Calla, e quindi ipotizzare che quel senso semantico mancato, dato che per tutto il resto dell’opera l’ha usata con il suo senso semantico proprio, esattamente qui in questo canto nel quale fa riferimento all’apertura della porta per via delle due chiavi, facendo riferimento al Logos nella sua accezione non declamata, postula tramite questa situazione qui da leggere, che questo è il nesso, il senso con cui si usano le Parole io ritengo sia l’ultimo significato dell’opera.

 

Quindi farebbe sempre riferimento a questa porzione di appennino che con questa parola, che ha un senso generico, ma qui prende connotato specifico in riferimento alla porta, “del significato dell’opera”, in quanto indica la toponomastica di una zona ben delineata che il poeta conosceva molto bene, data la citazione del Gran Giogo nel 5 del Purgatorio:

 

da Pratomagno al gran giogo..

 

Tutto questo ci dice che anche il termine Calla ha per lui una valenza specifica geolocalizzante.

 

E nella Descriptio provinciæ Romandiolæ, che è un rapporto statistico redatto per ordine del cardinale Anglico de Grimoard, legato pontificio della Provincia Romandiolæ; il quale documento  porta la data del 9 ottobre 1371, contiene una minuziosa descrizione topografica e amministrativa dei luoghi, dei tributi fissi e delle persone che hanno capacità contributiva, nonché il bilancio delle entrate della Camera apostolica o dei comuni della Romandiola. (3)

In questo testo è citata la strada che dalla Romagna conduce a Firenze, e dice che passa dal Corniolo e risale; quindi ecco che ci testimonia la presenza di quella strada almeno sin da allora, e si hanno prove archeologiche che attestano vi fosse anche parecchio tempo prima.

 

Sempre rimanendo in tema di allitterazioni fra significati e costruzioni letterali, eccone un’altra.

 

Nel canto 6 del Purgatorio al verso 125, dove dice che tutte le città italiane sono piene di tiranni e ogni contadino che si mette a capo di una fazione politica diventa un Marcello, la critica dantesca ha ipotizzato a quale Marcello Dante stesse facendo riferimento, e le ipotesi sono molteplici; potrebbe parlare, come si è pensato, di un comandante romano al tempo di Caracalla.

 

Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene

 

In un luogo preciso di questo appennino, l’attuale Premilcuore, che fa risalire la sua fondazione a una leggenda che parla di un soldato romano che si chiamava Marcello, installatosi qui in questo primo insediamento abitato, ci parla di questo soldato che fuggito da Roma trovò rifugio in questi luoghi, perché facente parte di una congiura contro l’imperatore.

Il soldato Marcello fortificò i piccoli borghi già esistenti, uno dei quali l’attuale via Marciolame, che prende il nome proprio in onore del suo benefattore.

Sembra infatti risalire il nome di Premilcuore proprio da “PREMIT COR” (“il dolore ci opprime il cuore” per la morte del loro benefattore) oppure a “PREMUNT COR” (“piuttosto che consegnarlo ci strapperemmo il cuore” perché il capitano romano era ricercato per essere ucciso).

 

Che volesse Dante ricordare in qualche maniera con la citazione di Marcello e i villani proprio questo luogo che ricalca questa leggenda nella sostanza? Per poggiare anche qui quella che io oggi ipotizzo la mappa del pellegrino Dante in Romagna?

 

 

Consiglio la visione di questi video

 

 

(1, 3) wikipedia

(2) Gabriele Zelli, cultore di storia locale

(4a) (Platone la teoria delle idee)

(4) http://www.turismopremilcuore.it/scopri-premilcuore/storia/

 

http://www.offitalia.it/occhio/anatomia-come-funziona/

Occhio

 

http://chiantipoesia.blogspot.it/2013/08/agricoltura-eroica-e-tempo-di.html?m=1

Attenzione alle parole denti (o bidente) e succhio, lavorazione giaggiolo

 

https://www.youtube.com/watch?v=JP36_8lUMEg

The Living Matrix - Campo del punto zero

 

https://www.youtube.com/watch?v=ub1F4VnUJBU

Amore Quantico - Erica Francesca Poli (Beautiful Day 2017)

 


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